Tentar (un giudizio) non nuoce
Gaza, la pace possibile oltre le provocazioni
Il piano di pace in venti punti presentato da Donald Trump è, oggettivamente, una proposta buona, equilibrata e meritevole di attenzione, anche se è impossibile ignorare la retorica che lo ha accompagnato nelle settimane scorse e lo sguardo da showman del suo annunciatore. Trump ha parlato come chi pretende un premio per la pace, come chi dichiara di aver trovato la formula che tutti gli altri avrebbero mancato, e quel linguaggio appesantisce la credibilità del gesto, ma non ne annulla il valore politico. Detto questo, e tolte le iperboli e lo “spettacolo”, resta il merito del contenuto e la qualità del percorso diplomatico che ha preceduto la presentazione.
Il punto centrale è qui. I venti punti non sono soltanto parole nel vuoto. Hanno sostanza e sono stati costruiti ascoltando e raccogliendo in anticipo il consenso di paesi arabi che contano e di tutti gli attori come Tony Blair e di molti altri che hanno partecipato alla concretizzazione del progetto. Questo metodo pesa, perché rende la proposta meno implausibile e aumenta le possibilità di una traduzione pratica delle intenzioni in risultati.
La Striscia ai palestinesi, non ad Hamas
Chi segue da vicino la realtà palestinese sa che lo scenario dentro Gaza è sempre più insostenibile per la popolazione stessa. Se oggi si tenessero elezioni “nella Striscia”, è molto probabile che Hamas le perderebbe in modo netto. Paradossalmente lo stesso movimento conserva qualche forza in Cisgiordania, ma non può più fare affidamento sul sostegno dei grandi interlocutori arabi che, già alla fine di luglio, gli hanno chiesto di lasciare il controllo della Striscia.
Per costruire una pace duratura la prima condizione politica e pratica non può che essere la demilitarizzazione di Hamas e la liberazione di Gaza dalla forma di governo che ha fatto del terrorismo la sua cifra. La seconda condizione è altrettanto cruciale. I palestinesi devono restare a Gaza e restare in Cisgiordania. Non ci può essere alcuna deportazione forzata, così come devono essere liberati tutti gli ostaggi. Devono poter godere di autonomia e sicurezza, devono essere tutelati i loro diritti e deve cessare l’uso delle armi come argomento politico. I venti punti includono queste misure e per questo meritano di essere sostenuti con serietà.
Il metodo giusto, i gesti sbagliati
Accanto al merito dei contenuti, pesa il metodo. Un piano che venga presentato con il supporto di attori regionali e che cerca una traduzione pratica nelle sedi diplomatiche ha più chance di non restare lettera morta. Ecco perché le provocazioni che mirano a forzare la mano rischiano di compromettere l’unica via che oggi appare realistica. La flottiglia che si è avvicinata alle acque israeliane è un esempio di azione che ha un forte valore simbolico e politico, ma che può trasformarsi in un pericolo concreto per il percorso negoziale. Chi organizza una missione di tal natura dichiara motivazioni nobili e legittime, ma deve chiedersi se il gesto aiuta la pace o la rende più difficile. La marina israeliana ha offerto percorsi sicuri per la consegna degli aiuti verso il porto di Ashdod e la conclusione della vicenda senza violenza è stata, su questo piano, un risultato positivo. Tuttavia, chi ha deciso di proseguire oltre sapeva di compiere una provocazione.
Se l’obiettivo è davvero quello di far tacere le armi e di far rivivere la diplomazia come strumento di relazione tra i popoli, allora oggi il sostegno pratico e forte a un piano che promette di ridurre la violenza e di costruire istituzioni autonome è più utile di qualsiasi gesto simbolico che alimenti lo scontro. Confido che i leader della flottiglia e chi ne condivide le ragioni capiscano questa distinzione e decidano di posizionarsi a favore di un negoziato che abbia concrete possibilità di riuscita. In caso contrario, rischiano di giocare la partita della propria visibilità politica anziché quella della pace.
Un progetto da sostenere
Vedremo quale sarà la reazione di Hamas. Molto dipenderà dalla pressione internazionale e dalle scelte dei principali paesi arabi. Ma la posta in gioco è chiara. Se si vuole provare a trasformare un armistizio in qualcosa di stabile bisogna iniziare dalla demilitarizzazione effettiva, dalla tutela dei diritti dei palestinesi dentro i loro territori e dal privilegiare la diplomazia sulla provocazione. Sostenere con convinzione il progetto che oggi ha sul tavolo Trump, non per adulare il proponente ma per riconoscere la concreta possibilità di un risultato, mi sembra la via più responsabile per chi ama la pace e non solo la propria parte politica.
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1 commento
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Temo che il sottosegretario, mi pare, abbia una idea confusa sul concetto di pace col mondo islamico. Di stabile,l’islam ,nei confronti degli “altri”, prevede solo o sottomissione o morte. Mentre si usa gaza come arma di distrazione di massa, in Germania i musulmani chiedono l’abolizione dell’insegnamento deĺla musica perché non è ” haram”. In Siria stanno cancellando drusi,curdi e cristiani dalla geografia di quel paese. In Inghilterra spopolano,oramai, le corti islamiche. Non basta una laurea in economia e commercio per interpretare la situazione. Al massimo, visto l’articolo,consente di vedere l’albero ma non la foresta.