Meglio Meloni dell’“eroico” fanfarone Sánchez

Di Emanuele Boffi
06 Marzo 2026
Il conflitto in Medio Oriente si allarga e dalla strategia del caos iraniana dobbiamo «aspettarci di tutto». Per questo non è il momento della propaganda, ma del realismo e della prudenza
Teheran, Iran, 5 marzo 2026 (Foto Ansa)
Teheran, Iran, 5 marzo 2026 (Foto Ansa)

Non ci sono stonature nelle parole e negli atti prudenti e realisti con cui il governo italiano sta affrontando la crisi iraniana causata dall’avventato attacco israelo-statunitense. Ieri la presidente Meloni in radio e i ministri Crosetto e Tajani in parlamento hanno fortemente sottolineato un unico messaggio: l’Italia non è in guerra e si sta adoperando per favorire ogni iniziativa utile alla de-escalation.

Che la situazione sia grave e complessa è sotto gli occhi di tutti. La strategia del caos del sanguinario regime iraniano ha portato a colpire indistintamente nemici e paesi neutrali, tra cui Turchia (membro Nato) e Cipro (Unione Europea). Tutta l’area è in subbuglio, dagli Emirati al Libano, dall’Iraq all’Azerbaigian. Il blocco dello Stretto di Ormuz, da cui transita il 20 per cento del petrolio mondiale, ha conseguenze economiche immediate e gravi. I civili europei presenti nella regione vanno rassicurati, messi in salvo, evacuati (ancora ieri c’erano quasi novemila italiani bloccati nel Golfo). C’è il problema dei militari delle nostre missioni in Medio Oriente e, come ha ricordato ieri il ministro della Difesa in aula, altre e gravi ripercussioni dobbiamo aspettarci da questa guerra che «l’Italia non vuole né ha voluto». Poiché dobbiamo «aspettarci di tutto», è stato alzato al massimo il livello di difesa aerea e anti balistica e non vanno sottovalutati gli effetti che il conflitto in Iran avrà in Ucraina (dove Vladimir Putin viene pressato internamente per alzare ulteriormente il livello dello scontro).

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L’uso delle basi

Ieri è stata approvata la risoluzione presentata dalla maggioranza che riguarda la sicurezza militare, la cooperazione europea e la gestione dell’utilizzo delle basi militari presenti in Italia. Rispetto alle sceneggiate propagandistiche del premier spagnolo Pedro Sánchez, Roma tiene una posizione più cauta e realista, cercando in ogni modo di far fronte alla crisi. Per questo, con Francia e Grecia ha concordato di «coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». E sempre per questa ragione, con altri paesi europei, ha spiegato Crosetto, ha deciso di cooperare attivandosi per un coinvolgimento dell’Unione Europea.

Le polemiche sull’utilizzo delle basi americane non hanno ragion d’essere. È dalla metà del secolo scorso che aderiamo alla Nato e il loro utilizzo è regolamentato all’interno di una disciplina che consente operazioni di logistica ma non cinetiche (cioè di bombardamento). Finora, da parte americana non è arrivata nessuna richiesta in tale senso e, se dovesse arrivare, hanno ribadito sia Meloni sia Crosetto, il governo tornerà in parlamento per discuterne.

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«Solo che lui fa l’eroe»

Come si vede, l’Italia si muove con circospezione su un terreno accidentato. Come già nel caso dell’Ucraina, la scelta è di avanzare con prudenza e realismo. È chiaro a tutti, anche dai toni e dalle parole usate dai nostri ministri, che questo governo non voglia farsi trascinare in conflitti che non ha scelto né scatenato.

Al tempo stesso, non assumere posture demagogiche e ideologiche utili solo per farsi fare qualche applauso dalle anime belle (leggi Sánchez) è segno di un paese serio che non stravolge da un giorno all’altro accordi vigenti da settant’anni che tutti i governi succedutisi in Italia – di qualsiasi colore fossero – hanno costruito e rispettato. La situazione è grave, non è il momento della propaganda. Anche perché, come hanno fatto notare sia Meloni sia Crosetto, l’accordo italiano è lo stesso di quello spagnolo, «solo che lui fa l’eroe».

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