La carte segrete di Gotti Tedeschi finiscono sui giornali. Un avvertimento alla Chiesa e a Berlusconi?

Corriere, Repubblica e Stampa scrivono tre pezzi identici con email scelte (da chi?) tra migliaia di conversazioni private dell’ex presidente Ior

Tre grandi giornali e uno stesso articolo. È capitato a la Stampa, la Repubblica e Corriere della Sera, che hanno dedicato ciascuno due intere pagine prese di peso da atti giudiziari. Lasciamo stare l’oggetto (qui è il Vaticano piuttosto che direttamente Berlusconi, ma come vedremo anche in questo caso l’obiettivo è quella parte politica). Guardiamo il metodo: sono tre pezzi identici, nascono dallo stesso file e, per ammissione degli stessi autori, si tratta di materiale scelto (scelto da chi?) tra decine di migliaia di informazioni contenute nell’archivio dell’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e sequestrati dall’autorità giudiziaria.

Naturalmente, sulla base dello stesso identico file (scelto da chi?), i giornalisti delle tre diverse testate ricamano e cucinano, enfatizzano o ridimensionano, ciò che interessa loro. Ovvero, ciò che preme evidenziare alla linea politica-editoriale del proprio giornale. Ma tutti e tre fanno la stessa operazione: pubblicano materiale che non ha alcuna rilevanza giudiziaria ma che, cucinato in chiave di speculazione politica, restituisce il sapore di quella tipica commistione tra giustizia e informazione, tra regime e organi di regime, che in Germania dell’Est si chiamava Stasi e che in un celebre film viene rappresentato come principale metodo di oppressione e terrore imposto alle “vite degli altri”.

Ecco il punto: cosa c’entra il deposito degli atti di un’inchiesta giudiziaria per riciclaggio, che per altro, per stessa ammissione degli inquirenti va verso l’archiviazione del personaggio indagato da cui nasce il fascicolo (l’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi), con la propalazione e la trasformazione in “notizia” della corrispondenza privata del segretario del papa emerito Benedetto XVI e di quella di cittadini italiani (Mantovano, Tremonti, Alfano… guarda il caso, tutti di una certa parte politica)? Che pertinenza ha con la giustizia quello che, sia pur paludato di legalità (gli atti sono a disposizione delle parti, dunque, in linea teorica e autolesionistica, può essere stato un avvocato a filtrarli ai giornali) e agghindato di “diritto di informazione”, risponde semplicemente a una chiara e patente violazione del diritto che ogni cittadino ha (compresi i politici) alla libertà e segretezza di corrispondenza, diritto sancito dalla Costituzione all’articolo 15?

Ovvio che, stante la “legge Ostellino” (certa magistratura non amministra la legge, fa politica; e certa informazione non informa, ma partecipa attivamente alla distruzione della democrazia) e stante la “legge Violante” (le inchieste giudiziarie non nascono più dalle inchieste giornalistiche, sono le inchieste giornalistiche che nascono dalle inchieste giudiziarie), tutto ciò è l’ennesima riprova che non solo Berlusconi, ma ogni cittadino italiano ha il problema di una giustizia e di una informazione che se non ti trovano schierato dalla parte giusta sono guai. O possono essere guai, dato che è il terrore per via mediatico-giudiziaria che conta, perché istilla la paura, limita l’esercizio della libertà e se ti mette sotto i riflettori, ti umilia o ti uccide.

Ecco perché, di nuovo, dal ripetersi di casi come questo, coincidenza vuole, nel corso dei festeggiamenti a reti unificate per il candidato Matteo Renzi e nel corso dell’altrettanto ampio dispiegamento di forze di sistema contro il riluttante a farsi da parte, con le buone o con le cattive, Silvio Berlusconi (e qui, invece, il fatto che si tiri in ballo la Chiesa c’entra con la “legge Bobbio”?), viene la conferma dell’assoluta urgenza che hanno i referendum radicali sulla giustizia e la riforma della giustizia.