Sawiris: «La mia impresa contro il fascismo religioso»

La disfatta delle Primavere arabe. La «direzione giusta» dell’Egitto. Il sicuro disastro della sfida Clinton-Trump. E quell’idea temeraria ma «concreta» per strappare i migranti ai «soldati del male». Intervista al magnate cristiano copto Naguib Sawiris

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Pubblichiamo l’articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Non si può dire che Naguib Sawiris, magnate egiziano della telefonia, in Italia già proprietario di Wind e oggi di portali come virgilio.it e libero.it, non abbia creduto nelle Primavere arabe: all’indomani dei fatti di piazza Tahrir fondò pure un partito, il partito degli Egiziani liberi. Oggi il proprietario di Orascom è tornato a dedicarsi a tempo pieno agli affari, ma ha mantenuto una caratteristica sensibilità a cavallo fra la politica, l’idealismo e l’imprenditoria. Lo ha dimostrato a Rimini, dove è stato chiamato a parlare a una tavola rotonda del Meeting sul tema dei migranti all’insegna delle parole di papa Francesco: “Non sono numeri, sono persone”.

Lì ha rinnovato con la massima serietà la sua offerta di comprare isole italiane e greche per insediarvi almeno una parte dei richiedenti asilo che fuggono dalla Siria o passano attraverso la Libia. «Un’idea concreta, fattibile, seria come io sono serio», ha detto, che permetterebbe a migliaia di infelici di ripartire da zero, grazie a investimenti di tasca sua che consentirebbero di costruire infrastrutture e stimolare l’occupazione. Perché i “soldati del male” dell’Isis (così li ha definiti) vanno combattuti con le armi, ma anche, ha sottolineato, creando posti di lavoro.

Presidente Sawiris, lei ha ribadito la sua offerta di acquistare isole del Mediterraneo dove chi fugge dalla Siria e dall’Africa potrebbe rifarsi una vita. Ma questa gente cerca una vita migliore in Europa, non su isole deserte.
Veramente loro non vogliono trasferirsi in Europa, ma in Germania o in Svezia, e io li capisco perfettamente. Ma io offrirei loro le stesse condizioni della Germania e della Svezia, cioè gli stessi stipendi e gli stessi standard di vita. E chiamerei architetti per restituire lo stile architettonico del loro paese d’origine: i profughi vivrebbero in una Little Syria. Lavorerebbero principalmente per le economie dei paesi che li ospitano, ma attirerebbero anche turismo sulla loro isola. Sono sicuro che potremmo sistemarne almeno 20 mila inizialmente. Poi, se l’esperimento funziona, si potrebbe replicare ed allargare ad altre isole.

Passiamo ad altri argomenti. Lei è un importante uomo d’affari, che dispone di un patrimonio superiore ai 3 miliardi di dollari, e un esponente politico. Cosa ci dice dell’Egitto, sta andando nella giusta direzione? Quali sono le principali sfide che deve affrontare?
L’Egitto sta tentando di andare nella giusta direzione. Veniamo da due rivoluzioni popolari, quella del 25 gennaio 2011 e quella del 30 giugno 2014. Sono stati anni di instabilità, il terrorismo ha messo in ginocchio il settore turistico e le nostre riserve valutarie hanno conosciuto una grave riduzione. Partiamo da un punto molto basso e abbiamo tanti problemi di cui non possiamo dare la colpa a nessun altro che a noi stessi. Primo fra tutti l’eccesso di burocrazia che frena gli investimenti nazionali e dall’estero.

Sembra che la finanza globalizzata abbia un problema, e che causi problemi alle economie nazionali. Cosa propone di fare per metterla sotto controllo?
Non intendo esprimermi sul funzionamento della finanza globale. Parlo per l’Egitto: io vorrei attirare la finanza internazionale nel mio paese per finanziare la sanità e l’educazione, settori in cui finora si è investito troppo poco.

E dell’euro cosa pensa? Durerà o crollerà? È opportuno che più valute facciano concorrenza al dollaro a livello mondiale?
Sono convinto che l’euro durerà. Così come sono convinto che la Brexit è stata un errore. E che se la Grecia dovesse uscire dall’euro non sarebbe un dramma: la moneta comune europea resisterà.

Cinque anni fa hanno avuto luogo le cosiddette Primavere arabe. Che bilancio dobbiamo fare di quello storico evento?
Le Primavere arabe furono iniziate da giovani generosi, che credevano nella democrazia, che non erano fanatici religiosi, volevano la libertà e la fine della corruzione. Sfortunatamente, per la loro inesperienza sono stati incapaci di organizzarsi in un partito politico, e così la loro azione ha permesso agli estremisti religiosi di sequestrare la rivoluzione e di usarla per i loro scopi. Essendo molto organizzati, sono stati in grado di prendere il potere con mezzi presuntamente democratici, sui quali ci sarebbe molto da dire. E una volta afferrato il potere, hanno abbandonato i discorsi democratici e hanno imposto una sorta di fascismo religioso senza spazio per l’opposizione. Le Primavere arabe non hanno portato i frutti che speravamo: gli arabi continuano ad avere di fronte a sé solo due scelte, il fascismo religioso oppure la dittatura. Non si riesce a uscire da questa impasse. La Siria è un caso esemplare a questo proposito.

Fra pochi mesi gli Stati Uniti, il più potente paese del mondo, avranno un nuovo presidente. Che cosa si aspetta da lui o da lei? Che cosa deve aspettarsi il Medio Oriente?
Sono pessimista sul risultato delle presidenziali americane, perché chiunque vinca, per noi sarà una cattiva notizia. Se vince Hillary Clinton sarà un brutto risultato, perché lei approva la politica che Barack Obama ha praticato nei confronti della nostra regione e intende proseguirla, e la politica di Obama è stata un disastro perché ha creduto di poter gestire e manovrare le forze dell’estremismo religioso in Medio Oriente. Se vince Donald Trump sarà ugualmente un disastro, perché sarebbe un presidente razzista, intenzionato a discriminare musulmani e messicani. Trump è il contrario della mentalità e della storia degli Stati Uniti, che sono un paese aperto, accogliente nei confronti dei migranti, rispettoso delle diversità etniche e religiose, con una Costituzione che afferma l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Per il Medio Oriente, dunque, sarà un pessimo risultato in entrambi i casi. Sarà una scelta fra due cattive opzioni.

Un’ultima curiosità: lei è noto anche per la sua propensione a fare business in paesi difficili. Le sue aziende operano in Iraq, in Pakistan, persino nella Corea del Nord. Qual è il segreto per fare affari in questi paesi, diciamo così, un po’ speciali?
Il segreto è che nessuno vuole andare là! Perciò non c’è concorrenza, sei il pioniere della situazione. Sono ambienti che presentano grandi opportunità e grandi rischi. C’è l’opportunità di realizzare grandi profitti perché non c’è gara, non c’è competizione al ribasso. Ma ci sono anche grandi rischi, perché non sei sicuro che il contratto sarà rispettato, non hai certezze sul funzionamento dello Stato di diritto in caso di controversie.

Foto Ansa

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