Intervista a Emanuele Severino. Per capire perché la civiltà della tecnica «ha bisogno di mostrare la necessità della “morte di Dio”»

Faccia a faccia con il maggior filosofo italiano vivente. Che ci svela «la Follia del nostro tempo», l’autentico nemico della tradizione

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emanuele-severino-wikipediaAll’apparire di un volume postumo di Pietro Barcellona, ci siamo ricordati di Emanuele Severino, pensatore che divenne filosofo all’Università Cattolica, sulle orme di Gustavo Bontadini, e che dalla Cattolica si separò dopo essere approdato a Parmenide e, oltre Parmenide, all’eterno delle cose. C’è un punto di fuga, una memoria di Dio, in colui che è ritenuto il maggior filosofo italiano vivente e che incassò senza apparente colpo ferire dal collega ex comunista divenuto cristiano l’affermazione che «solo il discorso di Cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana»? Nessuno spiraglio.
Però, forse una eco di un certo tipo di cristianesimo c’è. L’eco di una buona novella che, spogliata della persona di Cristo e rivestita di filosofia, annuncia la salvezza dell’essere senza volto.

Professore, come vede la condizione e la possibilità di “durare” della Chiesa cattolica, o più semplicemente del seguace di Cristo, dentro questo tempo in cui la Chiesa e il cristianesimo in generale sono per buone ragioni costantemente nel mirino del “governo mondiale”, essendo le ultime realtà umane che resistono al principio del “progresso” come mero adattamento al nuovo e alle possibilità della tecnica?
Siamo proprio sicuri che la Chiesa cattolica sia l’ultima resistenza al “principio del progresso”, proprio della tecnica? Oltre a quella cristiana, resistono anche altre religioni, soprattutto dell’Oriente – certo meno istituzionalizzate del cattolicesimo. Ma poi, sebbene ancor meno organizzata come istituzione, tutta la tradizione umanistica dell’Occidente esercita quella resistenza. C’è la grandezza della tradizione filosofica; e, anche, diverse forme della cultura del nostro tempo. La civiltà della tecnica tende a emarginare tutte queste forme di resistenza, tra le quali, certo, anche la Chiesa cattolica. Per esse e per le persone che ne sono sorrette diverrà sempre più difficile mantenere la loro configurazione.
A questo punto si tratta però di capire – ed è tutt’altro che agevole – quali siano le ragioni della tecnica e quelle delle forze che tentano di resisterle. Ma si possono capire le loro ragioni se non si sa che cosa significa “ragione” e in che consista la “potenza” da cui è sostenuta? A quale sostegno ci affideremo per saperlo? Se ci si debba affidare alla scienza o alla religione o ad altra forma di sapienza o di esperienza non lo può dire né la scienza, né la religione, né altro. Rispondere a questo tipo di domande è sempre stato il compito della filosofia. A chi vorrebbe metterla da parte sarebbe da ricordare che sbarazzarsene è ed è sempre stato una forma di filosofia. E ancora: siamo proprio sicuri che tra “spiritualità” e “tecnica” ci sia un’opposizione così insanabile e che esse, al di sotto del loro opporsi, non abbiano un’anima comune?

Nel dicembre scorso, quando il Fatto quotidiano le chiese un parere su papa Francesco e sul suo impegno personale contro la corruzione, anche dentro la Chiesa, lei osservò: «Questo papa, da buon pastore, sta cercando di cambiare le cose. Ma non vorrei che si perdesse di vista che la “corruzione” di fondo è l’“evasione” del mondo dal passato dell’Occidente». Possiamo approfondire questa considerazione?
Dopo quanto ho incominciato a dire, la domanda che lei mi rivolge è molto pertinente. La Chiesa e le grandi forze della tradizione riescono a intravvedere soltanto quale sia il loro nemico autentico. Certo, la civiltà della tecnica le contrasta e ne è contrastata. Ma altro è una tecnica che non ha ragioni, altro una tecnica che invece le ragioni può esibirle. Oggi si crede che la tecnica sia ciò che essa ritiene di essere. Ma la tecnica può proporsi di ridurre tutto in suo potere, senza che questo proposito sia un sogno, soltanto se tutto è disponibile al suo dominio. Solo se, innanzitutto, non esiste ciò che nella tradizione filosofica e teologico-religiosa dell’Occidente è chiamato “Dio”.
Il nemico autentico della tradizione è il sapere che non si limita a proclamare la “morte di Dio” – non è una semplice fede –, ma è capace di mostrare l’inevitabilità e la necessità di questa morte (secondo il significato che queste parole posseggono all’interno della tradizione stessa – che, invece, sulla loro base vorrebbe tenere in vita Dio). Il nemico autentico della tradizione non sta sotto gli occhi di chiunque. Non solo la Chiesa, ma quasi nessuno riesce a scorgerlo. Nei miei scritti lo chiamo “l’essenziale sottosuolo filosofico del nostro tempo”. È esso a conferire alla tecnica il diritto di considerare tutto come disponibile al suo dominio. La “corruzione” di fondo della tradizione è la voce del “sottosuolo”. Essa fa evadere il mondo dal passato dell’Occidente, ossia dalla “vita di Dio”.
Spesso non si capisce, però, che quando i miei scritti parlano del “sottosuolo del nostro tempo” si riferiscono alla forma più coerente della Follia. Non perché la non-Follia sia credere che Dio sia vivo, ma perché l’affermazione della morte di Dio è la forma più coerente (e in questo senso inevitabile e necessaria) della Follia. Si tratta, certo, di capire in che consista l’essenza della Follia. Parlare alla polis: questo è lo scoglio che il pensiero filosofico si trova davanti e deve evitare. La polis è la gente, che ormai crede di poter giudicare quel che le si dice. La scienza, ormai, non ha bisogno di mostrare le proprie ragioni: le basta lasciar vedere le trasformazioni del mondo da essa operate. Anche il compito delle religioni è più facile: esse non richiedono altro che la fede, ossia qualcosa che, per quanto tormentato, non rinvia ad altro per farsi capire ed essere praticato.
L’uomo ha innanzitutto bisogno di credere. Per questo le forme iniziali della civiltà hanno un carattere religioso, cioè sono quel chiedere di esser credute che può esser capito da tutti e a cui tutti hanno bisogno di rispondere positivamente, credendo. La filosofia non ha questi vantaggi. Non stupisce la gente con opere che stanno sotto gli occhi di tutti. E nasce come critica e negazione del mito e della fede, come negazione di ciò di cui l’uomo ha bisogno: credere.

Lei ha fatto anche questa osservazione: «Mi lasci dire, molto sottovoce, che nonostante la sua destinazione al dominio del mondo, la civiltà della tecnica è ciò che chiamo “la forma più rigorosa della Follia estrema”. Ancora più sottovoce: la Follia estrema è credere nel carattere effimero, temporale, contingente, casuale, dell’uomo e della realtà: è la convinzione che ogni cosa venga dal nulla e vi ritorni. Però la difesa suprema dall’angoscia suscitata da questa convinzione – la difesa che nella tradizione è costituita, in ultimo, da Dio – è diventata la tecnica. Ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, che oggi ha soppiantato qualsiasi altra forma di rimedio contro la morte». La tecnica ha sostituito Dio come consolazione e la presunzione di “farsi da sé” dell’uomo, l’accettazione del dato che io non mi sono fatto da me, ma vengo dal Mistero che fa tutte le cose (se io mi faccio da me non sono più neanche libero, perché posso prevedermi, dunque il Mistero è anche il fondamento della mia libertà). Ma insomma, il suo approdo, parlo di lei, Emanuele Severino, resta lontano dal dubbio (o dalla domanda) di un Dio personale e dunque di una libertà umana irriducibile al potere della tecnica?
Lei rivolge a me le sue domande. Rispondendo, anch’io mi rivolgo a lei. Ma l’uomo è semplicemente l’individuo al quale crediamo di parlare? È soltanto un “credente” (nel senso più ampio, per il quale si è credenti sin da quando si crede di essere al mondo)? Se fosse così dovremmo accontentarci di opinioni, o di uno scambio di atti di fede – che quando son diversi è difficile conciliare. Incominceremo a capire che l’uomo non è soltanto individuo, ma è l’apparire della verità? Nella frase da lei riportata all’inizio della sua domanda chiedo di parlare “molto sottovoce” perché, in un’intervista, parlare delle vere cose ultime è sempre una stonatura. Se è detta sottovoce è più sopportabile. (Faccia conto che anche ora io stia rispondendo molto sottovoce).
Ebbene, quella frase dice che nessuna cosa è “fatta”. Affermazione scandalosa. Può sembrare una sciocchezza. A volte capita che mi si ricordi – come se io ne avessi perduto la consapevolezza – che l’acqua bagna e il fuoco scalda. Però se pronuncio quella frase, così palesemente contro il buon senso è perché essa ha alle spalle certe “giustificazioni” (chiamiamole così, alla buona), sulle quali si è a lungo discusso e si continua a discutere. (Il buon senso si è scandalizzato anche perché uno diceva di essere il Figlio di Dio – ma anche perché qualcuno ha incominciato a sostenere che non è il sole a girare attorno alla terra , ma viceversa). In quella mia frase – chiara quanto al suo contenuto (anche se scandalosa o peggio) si dice che ogni cosa è eterna. “Cosa” – nel senso più ampio: oggetti, eventi, sfumature, ombre, errori, relazioni, piaceri, dolori, altezze, bassure.
Per questo amo dire che l’uomo è un re che crede di essere un mendicante. Crede di esserlo anche quando crede di non essersi fatto da sé ma di venire dal Mistero che fa tutte le cose. Quando si crede che le cose siano “fatte”, si crede che le cose, di per sé, siano nulla: che ciò che non è un nulla sia un nulla. Questa è l’essenza del nichilismo e, insieme, è l’essenza del pessimismo. Anche il cristianesimo appartiene a questa essenza. In essa consiste la Follia estrema – l’essenza della Follia.
Poiché “Dio” è sempre stato inteso come il “fattore” delle cose, anche Dio appartiene a quella essenza. Anche la tecnica si presenta come il “fattore”, ormai il più affidabile. L’anima di Dio è l’anima stessa della tecnica. La più umile delle cose sta infinitamente più in alto del più alto dei fattori. E più in alto di ogni “libertà”. Se a dire tutto questo fosse quell’individuo che lei chiama “Emanuele Severino”, con costui non bisognerebbe perdere altro tempo. Ma un antico filosofo, Eraclito, invitava a non dare ascolto “a lui”, ma al logos, ossia alla “ragione” in quanto verità innegabile.

Il nostro maestro don Giussani e in generale, una certa schiatta di maestri, ci ha sempre ricordato che l’uomo senza passato non ha neanche futuro e che nella lotta per la “memoria” (o per la “possibilità” insita nella storia, credo che sia un concetto manzoniano: è possibile che un fatto storico sia tanto più vivo e attuale quanto più si riconosce in esso un elemento che ha “durata” e cioè non si esaurisce in quelle vicende pur definitive, passate, che non ci sono più) è insita la possibilità di resistenza umana contro ogni totalitarismo e potere impersonale che, come avvertivano dissidenti dell’Est tipo Vaclav Havel, è il futuro/presente dell’Occidente. Lei forse non condivide. Perché?
Se i vostri maestri intendono il passato come ciò che ormai è diventato nulla, come può esserci memoria del passato? Quella memoria di esso che viene invocata da chi è convinto della nullità del passato? E che futuro può avere l’uomo, se il futuro è il non ancora, l’ancor nulla? Si è amici del futuro, inteso come l’ancor nulla, perché si crede che anche l’uomo sia, a imitazione del Fattore (Dio, tecnica), un “fattore”: fattore del proprio futuro.
Ma al di sopra del fare c’è l’essere. Anzi, il fare è l’illusione di fare. Il futuro autentico è la Gloria dell’uomo, di ogni uomo. L’uomo è destinato alla Gioia, è l’oltrepassamento del proprio aver fede e soprattutto della fede nella propria nullità. È destinato all’autentica vita eterna, che è l’infinita e sempre più ampia manifestazione degli eterni. (Ma anche il cristianesimo non dice forse che la fede, in paradiso, non esiste più e che vedremo facie ad faciem?).

In morte del suo amico e filosofo Pietro Barcellona che le dedicò un saggio (“Severino: gli abitatori del tempo”, in L’Occidente tra libertà e tecnica, Saletta dell’Uva), lei scrisse un garbato e toccante articolo sul Corriere della Sera, nel quale citò queste parole del marxista e infine convertito al cristianesimo Barcellona: «Solo il discorso di Cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana». E proseguendo lei annotò: «E proprio il suo ultimo libro è tutto volto a sostenere che, nonostante le differenze, il mio discorso filosofico può essere ricondotto al nichilismo e al determinismo fatalistico delle neuroscienze, ossia a quella dimensione sulla quale Cristo gli era apparso indubitabilmente vittorioso».
Ecco. Emanuele Severino, che fu forse l’allievo più celebre e che, suppongo, più fece angustiare i pilastri della Università Cattolica (penso a Gustavo Bontadini e a Sofia Vanni Rovighi), per la sua abiura del cristianesimo, oggi, questo “discorso di Cristo” continua a non sfiorarlo più, oppure «si potrebbe parlare di una vita o di un istante indimenticabili anche se tutti gli uomini li avessero dimenticati», le sto citando Walter Benjamin, «poiché se la loro essenza esigesse di non essere dimenticati, quel predicato non conterrebbe nulla di falso, ma solo un’esigenza a cui gli uomini non corrispondono e insieme il rinvio ad una sfera in cui trovasse corrispondenza: a un ricordo di Dio»?

Quando muore un amico lo si deve lasciar parlare. Ne ha il diritto. Ma non le sembra che ci sia una incolmabile differenza tra quanto sostengo (anche in queste mie risposte) e quanto Pietro mi faceva dire? Gli amici del determinismo e gli amici della libertà sono due modi di esprimersi della stessa anima: l’anima della fede in cui si crede che – o ineluttabilmente o liberamente – le cose escano dal nulla e vi ritornino. La non-Follia sta al di fuori di questa opposizione. Sta anche al di fuori dell’opposizione tra gli amici e i nemici di Dio. L’istante indimenticabile è la non-Follia della verità – eternamente al di fuori dell’oblio. Non è il possesso di qualche privilegiato. Sta e si illumina nel profondo di ogni uomo. Anche di coloro che non sanno di esserne la manifestazione.

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