Altro che progresso e libera scelta, anche l’India vuole bloccare il business dell’utero in affitto

Il governo del paese propone una legge che vieti la pratica a stranieri, single e omosessuali. Una notizia importante che dovrebbe far riflettere i sostenitori della maternità surrogata

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Da ormai diversi anni l’India è considerato uno dei “paradisi” (o, per meglio dire, “inferni”) dell’utero in affitto. Ma ora, come riferisce il sito Asianews, arriva un’importante notizia che dovrebbe far riflettere i nostrani sostenitori della maternità surrogata. Il governo ha infatti presentato un disegno di legge che regola l’incontrollata pratica. Il testo del ddl – che comunque dovrà essere discusso in parlamento – prevede che solo le coppie sterili indiane, e sposate da almeno cinque anni, potranno ricorrere alla surrogazione di maternità e solo attraverso una gravidanza che potrà essere «portata a termine da una parente stretta dei coniugi». Non solo: non potranno ricorrervi single, omosessuali, stranieri e le cliniche dovranno essere registrate. Pene severe per i contravventori: fino a dieci anni di prigione «e multe fino a un milione di rupie (più di 13mila euro)».

IL MERCATO. Come dicevamo, la notizia è di quelle importanti. Infatti, come ricorda sempre Asianews, «negli ultimi anni l’India è diventata una meta privilegiata per il turismo medico, in particolare per i trattamenti in vitro o la maternità surrogata. Il settore della fecondazione assistita fattura ogni anno circa 5 miliardi di dollari [4,4 miliardi di euro] e nel Paese ci sono più di 500 cliniche. Coppie con problemi di fertilità, soprattutto genitori stranieri di solito provenienti da Paesi ricchi, trovano nel Paese madri surrogate perlopiù appartenenti a classi povere, che “affittano” il loro utero in cambio di soldi e di frequente sono vittime di sfruttamento. La mercificazione del corpo femminile ha creato un mercato fiorente, accentuato anche dai costi “contenuti” delle gravidanze rispetto ai Paesi occidentali: tra i 18mila e i 30mila dollari (un terzo del prezzo negli Stati Uniti), di cui circa 8 mila spettano alla donna che porta in grembo gli embrioni donati dalla coppia».

MERCIMONIO. Come si vede, una presa di coscienza da parte del governo indiano molto netta, e ora staremo a vedere che conseguenze pratiche avrà. Certo che, dopo Thailandia e Nepal, anche l’India, dopo anni di sostanziale inerzia, ha iniziato da qualche anno a interrogarsi su pratiche di sfruttamento del corpo femminile che hanno lasciato più di un segno sulla società, in particolare nelle fasce più povere. Dunque che queste orribili pratiche siano messe al bando, non è più solo preoccupazione dei cattolici o delle femministe francesi. Ora un ripensamento parte proprio da quei paesi che tali mercimoni li vedono incidere sulla carne viva dei propri cittadini. Chissà che ne diranno i sostenitori nostrani dell’utero in affitto, che continuano a presentarcelo come un “progresso” e una “libera scelta”.

Foto Ansa

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