Il rischio zero e la speranza (che «non è un’assicurazione sulla vita»)

Si può correre ogni rischio quando si è sorretti da quella speranza donata all’uomo «dall’apparire di Cristo in mezzo alla storia».

Coronavirus

Caro direttore, in questi giorni nei quali se ne sentono di tutti i colori e da tutti i punti di vista (politico, scientifico, sociale, religioso, etc.), ho letto che il presidente dell’Associazione calciatori, che mi sembra una persona assennata, ha dichiarato che non si può pretendere di riprendere tutte le attività (comprese quelle sportive) “a rischio zero”.

Infatti, se così dovessimo comportarci, dovremmo smettere per sempre ogni attività, perché una parte di rischio sempre e comunque rimane. Per esempio, non dovremmo più andare in auto, perché le statistiche ci dicono che ogni giorno muoiono 8 persone in incidenti stradali; non dovremmo più andare a lavorare, perché, purtroppo e dolorosamente, ogni giorno muoiono 3 persone per incidenti sul lavoro (anche a causa dei mancati controlli delle autorità competenti). Ho fatto questi due drammatici esempi solo per dire che per il solo fatto di vivere e di operare corriamo ogni giorno un rischio. Il rischio zero non esiste. È evidente che dobbiamo agire secondo il principio di prudenza e di proporzionalità, se non vogliamo morire di inedia, ma dobbiamo anche essere coscienti che un certo rischio sempre rimane, perché fa parte integrante dell’avventura (bella e dura) della vita.

Che cosa può farci accettare in pace il rischio? Ce lo ha ricordato, in modo accalorato e convincente, il professor Mauro Grimoldi, il quale, via zoom (per evitare ogni zelante carabiniere) e per iniziativa dell’associazione Esserci, ci ha parlato della speranza secondo quel genio che è stato Charles Péguy. Si può correre ogni rischio quando si è sorretti da quella speranza donata all’uomo «dall’apparire di Cristo in mezzo alla storia». In mezzo alla storia, con tutti i suoi rischi ed i suoi pericoli. Dopo Cristo, il paradosso è che la speranza è una realtà certa, sgorgata dal sangue di Gesù e resa perenne dalla Sua Resurrezione. Qui sta la speranza vera e non sentimentale di potere vivere il rischio della vita con la pace nel cuore e con una capacità operativa inestinguibile. La speranza, infatti, «non è un’assicurazione sulla vita», ma è il motore con il quale vivi intensamente tutta la vita.

Questo richiamo alla speranza come dimensione “necessaria” della nostra vita mi ha fatto anche capire il significato non banale di una espressione molto usata (e strumentalizzata) in questo periodo: “andrà tutto bene”. È una frase evidentemente dettata dalla speranza insita in ogni essere umano e, come, tale la leggiamo con simpatia. Ma è anche una frase che rischia di diventare banale e astratta se non la agganciamo alla speranza di cui ha scritto Péguy, il quale la lega ad un preciso fatto storico, quello di Cristo. Altrimenti si vive di utopia (o di “sogno”, come si usa spesso dire), lontana dalla realtà. Passata l’emergenza, la durezza della vita continuerà; il dolore rimarrà, la morte rimarrà, i problemi sociali rimarranno. Soprattutto, rimarrà nell’uomo quel fattore misterioso ma evidente che la saggezza della Chiesa cattolica definisce come “peccato originale”. Tutto rimarrà come prima se la speranza di cambiamento personale e sociale non si appoggia sull’unica realtà che ci ha assicurato che il cambiamento è possibile: la realtà di Cristo, che oggi ci raggiunge tramite i sacramenti (se il potere ce lo permette) e la vita della Sua comunità.

La responsabilità di noi cristiani, oggi più che mai, è quella di annunciare positivamente il luogo della speranza certa, senza cadere, anche noi, nella tentazione di appoggiarci sulle sabbie mobili che ci offre il potere (nelle sue varie forme) e non sulla roccia di Cristo. Con Lui si può anche rischiare lietamente.

Peppino Zola

Foto Ansa