«Il redditometro l’ho inventato io. Ma quello di Monti (e Visco) è vessatorio e antidemocratico»

Intervista a Francesco Forte, ex ministro delle Finanze che del redditometro è l’ideatore. «Non vedo altro se non la “caccia ai ceti medi”. Stiamo andando verso lo stato di polizia»

Il redditometro è uno strumento «vessatorio», «illiberale» e che mira a «sovvertirei i principi democratici di parità tra il contribuente e il fisco che sono alla base dell’ordinamento tributario» italiano. Non fa una piega il ragionamento con cui l’economista Francesco Forte, firma del Foglio e già ministro delle Finanze sotto l’esecutivo Fanfani, prende le distanze dall’ultima versione del tanto discusso strumento di accertamento sintetico del reddito nelle mani dell’Agenzia delle entrate per condurre la lotta all’evasione, che il prossimo anno entrerà in vigore, dopo che il governo avrà varato il relativo decreto attuativo. Forte, che del redditometro – anche se il suo era molto diverso – è il padre nobile e l’ideatore, ha spiegato questa mattina in un articolo sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara in che cosa il suo redditometro si distingueva dall’attuale, che altra ragione non ha se non quella di mettere nel mirino dei tecnici del fisco il «ceto medio» e procedere con i «controlli a tappeto».

Professore, lei dice di avere inventato il redditometro che parte a gennaio. Come si sente?
A dire il vero non ho ancora ben capito di quale dei tre strumenti stiamo parlando: fino ad ora, infatti, si è discusso sia di spesometro sia di redditest e di redditometro. Il mio redditometro, invece, era uno solo ed era uno strumento di accertamento sintetico del reddito di natura garantista, che agiva solo in termini supplettivi per sopperire alle lacune dell’accertamento analitico, basato sulle sole dichiarazioni dei redditi e i registratori di cassa, e che avrebbe dovuto agire nei casi limite, eclatanti e, pertanto, sospetti, come quelli di una persona che, per esempio, pur non dichiarando reddito, girasse su macchine di lusso. Era uno strumento di lotta all’evasione che mirava in definitiva ad evitare i raid della guardia di finanza con le sgommate e i mitra, in favore di interventi più discreti ma egualmente efficaci, nel rispetto della privacy e della tranquillità dei contribuenti. Ora, invece, mi sembra che si stia predisponendo un’arma per i controlli a tappeto. Francamente provo costernazione, mi sembra un passo indietro rispetto a quanto finora fatto e questo mi preoccupa.

Come mai?
Perché ormai si stanno sovvertendo i principi democratici alla base dell’ordinamento tributario che prevedono la leale collaborazione tra il contribuente e il fisco, su un terreno di parità. L’onere della prova sta gravando progressivamente sempre di più sulle spalle del contribuente che deve dimostrare di essere in regola con il fisco, presentando ogni sorta di documento di natura tributaria. Ma così facendo si apre la strada alle verifiche fiscali ad oltranza, fino a quando cioè l’Agenzia delle entrate non ottiene le informazioni che vuole.

L’ultima frontiera della lotta all’evasione…
No. È piuttosto una vecchia idea che a volte ritorna, quella secondo cui le dichiarazioni dei redditi un giorno non serviranno più. Un’idea che era già emersa quando avevano tentanto di abolire i registratori di cassa nonché la stessa idea con cui oggi si giustifica l’adozione degli studi di settore per sostituire l’accertamento analitico.

Un’idea che a qualcuno però dovrà pur piacere.
Certamente ci sono di mezzo gli interessi delle società che si dedicano all’elaborazione dei dati (ai miei tempi si chiamavano centri di calcolo): le burocrazie, infatti, sono sempre contente quando si trovano in situazioni simili. Ma questa è un’altra storia.

Restiamo allora sulla nostra: ad oggi, di quali dati già dispongono all’Agenzia delle entrate?
La sorprendo se le dico che non è chiaro nemmeno a me? Sicuramente il fisco dispone di dati medi desunti da fonti statistiche come l’Istat, ma anche di dati analitici: si tratta di quelli contenuti nelle dichiarazioni dei redditi o di altra natura, in questo caso prevalentemente di natura bancaria o attinenti a delle vendite. Personalmente credo che sia impossibile che il fisco possa arrivare un giorno a disporre di tutti i dati che cerca, nemmeno in futuro accadrà. Anche se intanto questa affannata rincorsa sta già producendo un effetto: è di incentivo infatti al fenomeno dei conti all’estero.

Davvero il redditometro non porterà risultati?
Si è parlato di 4,3 milioni di famiglie i cui consumi non sarebbero coerenti con il loro reddito e che, pertanto, sarebbero da controllare. A fare un lavoro serio non si riuscirà a portare a termine le verifiche su più di 100 mila di esse l’anno. Per non parlare poi dei problemi che possono sorgere da un punto di vista giuridico e penale? Per cosa le si incrimina: per frode? E non apriamo il capitolo sulla durata del processo… Io non vedo altro se non la “caccia ai ceti medi”. Le prospettive sono preoccupanti, il futuro è avvolto in una nebulosa.

Nel 2013 cambierà qualcosa?
Non credo. Il 2013 sarà un anno ibrido, ancora di passaggio verso il futuro stato di polizia.

Addirittura?
Certo, oggi ci troviamo ad assistere ad uno scontro tra due teorie tributarie, quella di Ezio Vanoni, sulla cui scia mi ero messo con il mio redditometro, contro quella di Vincenzo Visco, che non ha mai fatto mistero di essere favorevole a strumenti tributari vessatori e anti democratici. Su questa seconda strada, invece, ha dimostrato di volersi incamminare il premier Monti, un economista di sinistra, ma di quella vicina al Pci prima e al Pd poi, in linea con Visco, appunto. Non certo un liberista e nemmeno un liberal-laburista.