Il pigiama, il forno, la fisarmonica. Il suicidio dei due anziani sposi olandesi va letto attraverso i particolari

David e Willemke avevano deciso di porre fine alla loro «inquietudine». Senza nemmeno più la dignità di un gagliardo dolore. Senza nemmeno il bisogno di vestirsi perché «domani si va nel forno»

olanda-eutanasia-coppiaIl pigiama, il forno e la fisarmonica. Converrà soffermarsi su questi tre particolari per leggere la vicenda di David Postma e di sua moglie Willemke Kloosterman, i coniugi olandesi – ottantasei anni lui, ottantaquattro lei – che la settimana scorsa sono ricorsi al suicidio assistito per porre termine alla loro esistenza. Né David né Willemke erano malati terminali. Neppure la ultrapermissiva legge olandese avrebbe consentito loro di farla finita in questo modo. Ma si sa come vanno queste cose. Avevano paura di ammalarsi o di finire in un ospizio, così hanno acquistato via internet il necessario e si sono congedati da questo mondo. Temevano la sofferenza e hanno deciso di ammazzarsi. Questo è il nocciolo della questione, ed è una frase terribile e assurda, se solo si avesse la pazienza di farla depositare almeno per qualche attimo fra i nostri pensieri.

David e Willemke si sono fatti accompagnare allo scalo d’addio dai quattro figli cinquantenni e dai dodici nipoti. Hanno suonato la fisarmonica e ballato, ed «è stato magnifico», hanno detto i figli alla stampa. Ma il quadretto familiare e il clima gioioso non dovevano essere così solari se, sempre come ci raccontano, i due anziani si sono presentati in pigiama perché, in vista della successiva cremazione, «oggi non c’è bisogno di farsi belli, domani si va nel forno».

Ma allora perché gli uomini puliscono e curano i propri defunti prima di adagiarli nelle bare? Che senso ha portare sottoterra gli indumenti più eleganti, gli ornamenti più preziosi?

Esiste un segreto avvertimento di una divinità – o, almeno, di un “oltre” – cui affidare le nostre spoglie mortali. È in nome di questo che Priamo si recò di soppiatto alla tenda d’Achille, è in nome di questo che anche l’ultima parvenza di vita – il cadavere – la vogliamo salutare con la sua immagine migliore: la giacca e la cravatta, il vestito da sera, i capelli pettinati, la barba curata, magari un po’ di rossetto sulle labbra. Come ci si agghinda per uscire per un appuntamento importante, così facciamo indossare ai fratelli uomini il vestito migliore per uscire dalla vita. Ma David e Willemke non andavano da nessuna parte. Non dovevano fare nessun viaggio. Sono rimasti in pigiama, tipico indumento casalingo. Tutta la loro vicenda rimbalza tra le pareti chiuse dell’immanenza, senza nemmeno una finestra che apra alla trascendenza.

Il saluto è stato accompagnato dalle note della fisarmonica, surrogato brillante per mascherare quelle che, una volta, erano le campane dell’agonia. Svagarsi, non pensarci, la musica come il titolo di coda di un film. Si sciama uscendo dalla sala, ordinati, senza recriminazioni. Nella storia dei due non vi è alcun segnale di ribellione, nemmeno un po’ di virile rabbia per l’infausta sventura di essere capitati in questa parentesi che chiamiamo vita. Qui il Capaneo dantesco non si erge a sfidare Dio. Qui c’è solo una rassegnazione borghese a un inevitabile commiato di cui, al massimo, si vuole determinare l’ora. È una conclusione che il Capaneo moderno attende con il mento tra le mani e i gomiti sulle ginocchia, non avendo più nemmeno un dio da bestemmiare.

Senza nemmeno più la dignità di un gagliardo dolore, David e Willemke avevano deciso di porre fine alla loro «inquietudine», come hanno spiegato i parenti. E chissà, forse, la festicciola l’avranno organizzata più che altro per loro, per confondere almeno con un passeggero sollievo le ultime ore. Non c’era nessun letto di dolore attorno cui radunarsi, attendendo l’ultimo battito. Non c’era nessuno sgomento, nessun tuffo al cuore per la notizia di una scomparsa improvvisa, nessuno schianto per una morte sentita come ingiusta. Non c’era nulla di tutto ciò. Solo una cerimonia col finale già scritto, perché l’ultimo giorno è davvero l’ultimo. Nessuna rinascita, nessun dies natalis, quello in cui i primi cristiani allestivano banchetti dopo la morte, non prima.

Aldous Huxley, l’autore de Il mondo nuovo, scriveva che «non basta che le formule siano buone, dovrebbe pure essere buono ciò che se ne ricava». Ed è una sentenza che dovrebbe far riflettere su questa noncuranza moderna davanti ai grandi misteri della vita (la nascita – la morte), trattati ormai alla stregua di avvenimenti senza alcun nesso con l’evidenza prima dell’esperienza: non c’eravamo, ci siamo. Abbiamo creato leggi per non fare più i conti col Cielo e ci siamo convinti che è meglio così. Che è più dignitoso così. Proviamo ripugnanza per la bestialità di quegli uomini che ne misero in fila altri davanti ai forni crematori. Poi, per quel che ci riguarda, facciamo tutto da soli, incolonnandoci davanti a un forno dalla crosta dorata in cui crepiterà per l’ultima volta il nostro grasso umano.