Il perdono della ragazzina nell’inferno di Boko Haram

Storia di Ijanada, scappata con un bimbo in pancia e uno in braccio dai terroristi che l’avevano rapita, costretta ad abiurare e brutalizzata. E di come capì che tutto poteva essere salvato

Warasini è un terremoto di un anno e mezzo, il suo nome significa “non pensavo che sarei potuta tornare a casa”: la sua mamma l’ha chiamata così dopo averla data alla luce al sicuro, nella casa dove lei stessa era nata una manciata di anni prima e sotto gli occhi dei cari che mai avrebbe sperato di rivedere un giorno.

Ijanada era poco più di una bambina quella orrenda notte del 2014 in cui i terroristi di Boko Haram l’afferrarono per i piedi, cavandola fuori dal suo nascondiglio sotto il letto, in un piccolo villaggio a nord della Nigeria. Aveva 14 anni, la stessa età della piccola Leah Sharibu, e come lei era solo una giovane studentessa cristiana quando tutto intorno a sé diventò fumo, raffiche di mitra e urla di uomini molto più grandi che la trascinavano nella foresta, fino al quartier generale.

“ABIURARE PER NON MORIRE”

Una volta lì le fu detto solo che se non avesse rinunciato a Cristo l’avrebbero uccisa. Non c’era nulla in quel posto e negli occhi di quegli uomini ubriachi di violenza che l’avrebbe salvata. Nemmeno dalla sua paura, “è stata questa, la paura di morire che mi ha fatto denunciare e abiurare la mia fede”, averebbe raccontato in lacrime quattro anni di “inferno vivente” dopo, quando riuscì a rimettere piede in una chiesa: “Avevo paura di morire”.

DA SCHIAVA A SPOSA BAMBINA

La paura diventò in fretta la compagna di notti e giorni della ragazzina, “ho affrontato tanta sofferenza, fame, maltrattamenti e dolore. Tutto ciò a cui continuavo a pensare era la mia famiglia e i ricordi della mia vita prima di essere rapita”. Da schiava Ijanada diventò sposa bambina di un terrorista. Rimase incinta di Warasini poco dopo aver dato alla luce il suo primo bambino, Luka. Ed era sola con lui la notte in cui i guerriglieri lasciarono il campo per una delle loro missioni omicide.

LA FUGA NELLA FORESTA

La ragazzina prese il bambino addormentato, sgusciò fuori dalla capanna del suo aguzzino e si immerse nella foresta, “ho iniziato a correre e non mi sono fermata. Corsi per tutta la notte al buio. Fino al sorgere del sole”. Erano le nove del mattino quando avvistò esausta un soldato e correndogli incontro riuscì raccontargli a sua storia. Una storia uguale a quella di centinaia di altre ragazze come lei, sopravvissute al rapimento, alla prigionia e alla fuga dai terroristi e riaffiorate dalla foresta con un bambino in braccio o nel ventre.

LA NASCITA DI WARASINI

Ijanada venne portata a Jama, una cittadina nello stato del Borno dove venivano accolte le “ragazze come lei”. Ci mise quattro mesi a far sapere ai suoi che era viva, che aveva un bambino e ne aspettava un altro. Suo padre si precipitò subito a Jama per riportarla a casa, dove la ragazza diede alla luce Warasini, “l’ho chiamata così, grata a Dio della grazia che mi aveva concesso e per avere esaudito le mie preghiere”.

I FIGLI DEL DIAVOLO

Non era il primo caso di ragazza che aveva rinnegato Cristo e non sarebbe stato l’ultimo, cercarono di spiegarle in chiesa, mentre la ragazza giurava di non avere provato altro che amore per i figli del suo aguzzino, figli del “diavolo”, come sussurrava la comunità del villaggio natio che subito iniziò a emarginarli, insultarli, allontanarli: “Non li ho mai odiati, perché tutto ciò che Dio fa è bello e per la vita. Li amo come amo me stessa”. Di tutte queste cose Ijanada ha raccontato a Open Doors, l’organizzazione internazionale che sostiene i cristiani perseguitati e sta aiutando la ragazza con un programma di cura dei traumi patiti da donne sopravvissute alla prigionia di Boko Haram e a violenze sessuali.

IL PERDONO, L’INFERNO E LA CROCE

In fretta Ijanada imparò che tornare a casa non sarebbe stata la fine di un incubo ma l’inizio di un nuovo cammino verso la conquista di qualcosa a cui non poteva pensare mentre attraversava a perdifiato la foresta con un bimbo in pancia e uno in braccio: “Il perdono. Ho imparato a perdonare chi mi ha fatto del male ma anche chi lo ha fatto dopo ai miei bambini. Ogni volta che Luka restava isolato, non parlava e non mangiava non potevo che abbracciarlo e dirgli che tutto andava bene”. Ora Ijanada sa che non va tutto bene, ma sa che una nuova vita, un nuovo inizio per lei e per i suoi figli è reale solo se tutto è realmente salvato, perdonato. E si sente libera di parlare di “perdono”, anche in quel punto oscuro della terra dove a quattordici anni è stata costretta a scegliere tra l’inferno e la Croce.

Foto Ansa