Tentar (un giudizio) non nuoce

Il figlio che non nasce e la speranza che muore

Di Raffaele Cattaneo
24 Ottobre 2025
Il vero indice di ricchezza di un popolo, forse, non è il Pil, ma il suo tasso di speranza: la capacità di non lasciarsi schiacciare dal sentimento di disperazione che colora tutto di grigio
Culla vuota

Dietro il crollo demografico dell’Italia non ci sono solo politiche sbagliate o crisi economiche. C’è una crisi più profonda, che riguarda la fiducia nel futuro e il desiderio di vivere.

Questa settimana i dati diffusi dall’Istat sulla demografia italiana hanno confermato ciò che ormai è una lenta agonia. Nel 2024 le nascite in Italia sono scese sotto le 370.000 e, secondo le proiezioni, entro la fine dell’anno potrebbero non raggiungere le 350.000. Negli anni Sessanta i nati superavano il milione. Quindici anni fa erano ancora duecentomila in più di oggi (570.000). La curva non è solo un numero: è una ferita culturale.

All’interno di questo inverno demografico resistono poche eccezioni — la Valle d’Aosta, Trento e Bolzano — quasi a dire che in quota si vive un rapporto diverso con il futuro. Ma il problema non si risolve con incentivi o con qualche battuta sul freddo. Dietro a questi numeri c’è una domanda più radicale: perché non si fanno più figli?

Leggi anche

Speranza e tristezza

Molti analisti parlano di politiche familiari assenti o inadeguate. Certo, contano. In Paesi come la Francia o l’Ungheria politiche attive hanno rallentato il declino. Ma non basta. Il vero punto non è economico, è spirituale.

Mettere al mondo un figlio è un atto di speranza, la dichiarazione che il futuro merita fiducia. Ma oggi viviamo in una società ripiegata sul presente, spesso angosciata dal presente. Non domina la speranza, ma la tristezza. È difficile scommettere sulla vita quando non si intravede un domani migliore.

Paradossalmente, nei Paesi più poveri — dove la vita è più dura — la natalità resta più alta. Lì la speranza resiste, anche senza sicurezza. Nei Paesi più ricchi, invece, la prosperità sembra generare sterilità. Come se la sicurezza materiale non bastasse più a fondare una ragione per vivere.

Il vero indice di ricchezza di un popolo, forse, non è il Pil, ma il suo tasso di speranza: la capacità di non lasciarsi schiacciare dal sentimento di disperazione che colora tutto di grigio.

Gli stranieri

Questo inverno demografico, se non invertito, rischia di trasformarsi in una spirale: meno nascite oggi significa meno genitori domani, e dunque ancora meno figli dopodomani. È la spirale della diminuzione e poi della scomparsa dell’identità di un popolo, se non della sua vera e propria estinzione.

Eppure, la risposta non può venire solo dalla politica. Le politiche aiutano, ma la politica non può generare speranza. Può creare condizioni, non motivi per vivere. La speranza è una responsabilità personale, un atto interiore che appartiene a ciascuno di noi.

C’è un altro dato da considerare: una parte crescente dei nuovi nati in Italia porta cognomi stranieri. Sono figli di famiglie immigrate, spesso di seconda generazione, che credono ancora nel futuro, nel lavoro, nella possibilità di migliorare la propria vita.

Forse, invece di temere che ci «portino via» la nostra cultura, dovremmo chiederci se non siamo noi ad averla smarrita, smettendo di trasmetterla, smettendo di crederci. La loro speranza ci interroga più di qualsiasi statistica.

Leggi anche

Una ragione per generare

Il nostro tempo è un tempo triste, ma la tristezza non è una condanna. È il segnale che qualcosa manca, che serve una ragione nuova per tornare a generare.

Perché ogni bambino che nasce — italiano o straniero — è la smentita più luminosa di quella tristezza che ci paralizza.

Per questo è importante tornare a fare figli: non tanto e non solo per sostenere il Pil o la popolazione delle nostre città e regioni, ma per sostenere la speranza di un popolo. Perché il sorriso di ogni bimbo è uno squarcio di cielo azzurro nel grigiore della tristezza dei nostri giorni.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.