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Squalo chi legge

Se non è sacrificio la vita è sacrilegio

Di Ubaldo Casotto
05 Luglio 2026
Seguire il protagonista de “Il pastore d’Islanda” nella sua avventura gelida e solitaria e scoprire che ogni essere, uomo o cosa, «ha un servizio da rendere»
Pecora in mezzo alla neve in Islanda (foto Depositphotos)
Foto Depositphotos

«L’Avvento! […] Negli anni quella parola era arrivata a racchiudere tutta la sua vita. Perché cos’era la sua vita, la vita degli uomini sulla terra, se non un servizio imperfetto che tuttavia è sostenuto dall’attesa, dalla speranza. dalla preparazione?».

Benedikt, il protagonista di questo Il pastore d’Islanda (prima edizione nel 1936, ripubblicato da Iperborea in quindicesima edizione nel novembre 2025), in Avvento parte con un cane e un montone e gira monti inospitali battuti da tempeste di neve per cercare e ricondurre a valle entro Natale le pecore, non sue, che si erano smarrite sui pascoli alti alla fine dell’autunno. Attraversa lande deserte, s’inerpica su pendii faticosi consumando tempo e provviste e consumandosi a sua volta. Chi legge sente il freddo che lui stesso sentiva ed entra nei suoi occhi, «assorbendo quello che vedeva». E prova anche lui «quella specie di vuoto nel petto, una nostalgia che non si lasciava fissare né chiarire». Perché, se è vero che «è così bello camminare tra i monti al chiaro di luna», monti che conosci da una vita, è altrettanto vero che «tutto era ancora estraneo e inaccessibile, eppure familiare».

Il senso della responsabilità

Chi segue Benedikt nella sua fatica lieta (perché «una vita che non è sacrificio nel suo nucleo più profondo è arrogante e sacrilega e conduce alla morte») capisce che cos’è la solitudine, e impara a temerla, anche se sa che è «la condizione stessa della sua esistenza». Non c’è paragone tra il senso di solitudine che si avverte in luoghi abitati e quello «completo» che si prova sulle montagne, che permette però la percezione più acuta che ogni essere, uomo o cosa, «ha un servizio da rendere». Non foss’altro che quello di salvare qualche pecora dalla morte per fame e così «essere utile alla propria gente, alla società e a tutto il creato».

Benedikt, ma anche il suo cane e il suo montone, trasmette fisicamente l’idea di responsabilità come connaturata a ciò che ci succede: incontra un giovane «e poiché si erano incontrati, si sentiva in qualche modo responsabile per lui».

Una strana “Trinità”

Queste 88 pagine di racconto nell’impareggiabile formato stretto e lungo di Iperborea (le 135 totali comprendono una postfazione e una nota biografica e letteraria) consegnano a chi le legge un senso di gratitudine che non fa certo dimenticare l’ostilità della natura in cui trascorrono le giornate di questa strana “Trinità” (un pastore, un cane e un montone), la sua sostanziale indifferenza al destino dell’uomo, la sua impietosità: «Il freddo gli mordeva la carne attraverso i vestiti bagnati e la tormenta minacciava di soffocarlo, anche perché la barba gli si era ghiacciata davanti alla bocca. Tirò fuori il coltello e la segò via, era il solo modo di evitare che si formasse quella capsula di ghiaccio che gli impediva il respiro».

Però c’è il caffè! «Ah, il caffè! Benedikt lo sorbì con devozione e gratitudine». «Chi non l’ha mai bevuto in una buca nella terra a trenta gradi sotto zero e in mezzo a un deserto di montagne e tempesta, non sa cos’è un caffè».

Lo scrittore Jón Kalman Stefánsson per anni ha letto Il pastore d’Islanda a Natale. Io l’ho letto in un caldo maggio romano. In piena estate sarà molto di più di una ventata fresca.


Copertina del libro “Il pastore d’Islanda” di Gunnar Gunnarsson

Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, prima edizione 1936, pubblicato in Italia da Iperborea nel 2016 (quindicesima ristampa a novembre 2025), 135 pagine, 17 euro.


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