Il caso Yara e il voyeurismo giudiziario. «Di questo passo arriveremo al processo con televoto»

Le immagini del colloquio privato in carcere tra Massimo Bossetti e la moglie su tutte le tv e siti web. E nessuno dice nulla. Intervista a Riccardo Polidoro (Ucpi)

«Queste immagini rappresentano l’ennesima violazione e violenza di uno Stato che non rispetta non solo i diritti ma la dignità e i sentimenti di coloro che sono ristretti nelle carceri» scandisce a tempi.it l’avvocato Riccardo Polidoro, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione camere penali italiane, dopo la diffusione del video di un incontro tra Massimo Bossetti – accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio e detenuto in custodia cautelare – e la moglie Marita Comi, risalente allo scorso 14 dicembre. Un video che da Sky Tg 24, che per primo lo ha diffuso in esclusiva, è finito poi a ripetizione su tutti i telegiornali, quotidiani e siti on line italiani. In esso si vede la donna chiedere più volte al marito se ha da dirle “qualcosa” in merito all’assassinio della povera bambina, ma Bossetti non rivela nulla.

Avvocato Polidoro, il video di un colloquio in carcere sarebbe assolutamente riservato. Com’è finito in tv secondo lei?
Non è da tutti avere la disponibilità di questi filmati. Fermandoci alla superficie potremmo dire che è stata un’esclusiva, ma volendo andare oltre è chiaro che questi sono atti che può avere solo l’autorità giudiziaria. È raro che le abbiano gli avvocati, i quali in questo caso soprattutto non hanno nessun interesse a diffondere conversazioni private di un incontro intimo del loro assistito. Il giornalista che è riuscito ad avere il filmato riterrà forse di aver conseguito un ottimo risultato professionale, si sarà sentito autore di uno “scoop” nella gara mediatica dove in nome di un presunto dovere all’informazione ogni pudore è quotidianamente calpestato. E colui che ha ceduto le immagini lo avrà fatto per gloria o per denaro? Certo è che la rosa degli autori di questa fuga di notizie è molto stretta, non è da tutti avere la disponibilità di filmati girati in carcere. Entrambi oggi saranno fieri di aver reso pubblico un atto di indagine, coperto da segreto istruttorio.

Chi può avere l’interesse a diffondere questo video?
Non c’è nessun interesse pubblico, ma solo un interesse voyeuristico. Il punto è che aver reso pubbliche quelle immagini non ha alcun senso investigativo, perché esse non apporteranno nulla di nuovo alle indagini. E non è nemmeno interesse dell’opinione pubblica cosa un detenuto dica alla moglie, in un colloquio privato, e nel chiuso di un carcere. Il video non contiene nessuna informazione. Credo che sia stato pubblicato solo per un interesse voyeuristico, tipico ormai di trasmissioni che conducono le indagini quasi in diretta. Ci stiamo avvicinando al processo per televoto.

Cioè?
Ormai del vero processo nell’aula di un tribunale non si interessa più nessuno, perché è troppo lento nella sua esigenza di approfondimento. Tanto è vero che è divenuto sempre più raro trovare dei giornalisti nelle aule di un tribunale, dove è più importante il rispetto delle regole e delle garanzie che non il risultato immediato, costi quello che costi, che interessa così tanto i media a caccia di scoop. Mi chiedo se mai si arriverà a delle giurie popolari che da casa, comodamente seduti sul divano, con il telecomando pronunceranno le sentenze. D’altra parte, siamo giunti al Quarto grado televisivo, per riprendere il nome di una popolare trasmissione tv: gli autori di questa trasmissione devono aver deciso il titolo in un momento di “umiltà”, visto che la loro trasmissione supererebbe ormai anche il terzo grado della Cassazione. I processi, oramai, sono solo mediatici.

Oramai conta più la televisione della Cassazione.
Certamente. È quel che è avvenuto per il delitto di Perugia. Ci siamo abituati, con i tanti processi in tv a loro carico, a giudicare Amanda Knox e Raffaele Sollecito colpevoli che alla fine poco importa pure della sentenza di assoluzione. Ognuno resta con il suo pensiero, la sua retro-convinzione che siano i colpevoli. Con questo tipo di trasmissioni tv o articoli non si fa informazione, ma si condiziona l’opinione pubblica, e si superano le regole necessarie della vita civile. L’opinione pubblica va informata, giustamente, anche sull’andamento delle indagini, ma non si può superare il confine del condizionamento, che avviene dando in pasto continui retroscena, presunte svolte nelle inchieste anche a base di una continua gogna mediatica, come ha fatto proprio Quarto Grado nel caso Yara, mandando in onda le immagini di Bossetti detenuto con le manette ai polsi. Immagini prive di qualsiasi valore e vergognose. Tutto ciò è solo una deriva del processo mediatico, ma non c’è più una rete televisiva che non abbia il suo processo e che non faccia ascoltare le intercettazioni agli spettatori se non in diretta, diciamo, in “differita”.

Si può obiettare che se tv e giornali offrono questo è perché sanno che al pubblico piace.
Perché il pubblico è educato a questo. Siamo alla deriva perché al pubblico non viene data l’occasione di una riflessione, ma viene tolto ogni spessore culturale con trasmissioni del genere. È chiaro che ci può essere un interesse anche voyeuristico nell’opinione pubblica, ma dovrebbero essere i giornalisti a fermarlo e porvi un limite, non alimentarlo a dismisura in cambio di un po’ di share o di copie in più.

Avete denunciato la cosa all’ordine dei giornalisti?
Come Ucpi abbiamo fatto innumerevoli denunce, e dovrebbe essere l’ordine dei giornalisti a intervenire, ma così non accade. Probabilmente proprio perché queste trasmissioni hanno un audience buono o le riviste vendono molte copie e non c’è interesse a fermare questa deriva.

Come andrà a finire?
Ripeto, arriveremo al processo in tv con il televoto. Si faranno i talent con i magistrati e gli avvocati. Ecco dove arriveremo.

Foto Ansa