Il caso Pell e la disfatta del metodo Spotlight

Basandosi su una sceneggiatura i media per anni hanno condannato il cardinale. L’assoluzione dimostra che avevano puntato male il loro riflettore

Ci ha fatto piacere leggere ieri su tutti i principali quotidiani italiani la cronaca dell’incontro tra papa Francesco e il cardinale australiano George Pell. Il contenuto del colloquio è rimasto riservato (Pell, uscendo dal Vaticano, ha detto che è andato «molto bene»), ma la notizia ha trovato una sua eco soprattutto per lo scandalo recente in cui il porporato è stato coinvolto, con oltre 400 giorni di carcere per un’accusa di pedofilia poi rivelatasi inconsistente.

I giornali ora pullulano di retroscena sullo “scandalo Becciu”, il cardinale brutalmente “licenziato” e declassato da papa Francesco, che si sospetta abbia addirittura avuto parte attiva nel “montare” le accuse contro Pell. Quanto vi sia di vero in queste ricostruzioni sarà il tempo a dirlo, di certo fa un po’ sorridere (eufemismo) la capacità dei nostri media di trasformare in mostro colui che fino a un momento prima era omaggiato e riverito. Era successo con Pell, ora succede con Becciu. Staremo a vedere.

L’equazione prete uguale pedofilo

Soprattutto quando si tratta di Chiesa cattolica e in particolar modo di pedofilia, l’atteggiamento dei media non è equilibrato. Che nella Chiesa cattolica esista un problema legato all’abuso sui minori è innegabile, così come, è sempre giusto ricordarlo, esiste nella nostra società, per la verità in percentuali più consistenti. Ma ormai da diversi anni la Chiesa è sotto attacco tanto da essere diventata quasi automatica l’equazione: prete accusato di pedofilia uguale prete pedofilo.

Da questo punto di vista, il caso Pell è emblematico. Accusato da un uomo (rimasto anonimo) di avere abusato lui adolescente assieme ad un altro ragazzo del coro, quando si trovava nella sacrestia dopo la messa domenicale alla cattedrale di Saint Patrick a Melbourne, Pell ha dovuto subire una serie infinita di umiliazioni. La gente lo insultava per strada quando usciva dal tribunale, gli mostrava cartelloni raffiguranti la sua faccia luciferina, vandalizzava con scritte oscene e croci rovesciate i portoni della cattedrale dove si sarebbe consumato il reato. E quando è iniziato il processo, l’atteggiamento dei media non è cambiato, l’equazione ha continuato a funzionare come riflesso pavloviano di chi ha molta fretta di passare dal caso singolo (Pell) al caso sociologico (la piaga della pedofilia) per giungere alla conclusione scontata (tutti i preti sono pedofili).

Lo scalpo

Questo, in barba ai fatti. I “fatti”, questo ormai mitologico animale a più teste con cui la stampa giustifica la propria indipendenza, nel caso Pell si sono dimostrati l’escamotage per avallare i propri pregiudizi. Infatti, sebbene le prove fossero tutte a discarico del cardinale, la stampa internazionale le ha bellamente ignorate. Ignorate fino a ieri, quando tutti hanno di nuovo celebrato il «cordiale» incontro con il Santo Padre.

Con alcune – significative – eccezioni. Il lettore italiano avrà potuto trovare una controstoria sulla vicenda solo su Tempi e Il Foglio. Spiace imbrodarsi, ma sono stati gli unici due giornali a raccontare, sin dal principio, la storia da un’angolatura diversa e non fegatosa: sul Foglio grazie alla penna di Giuliano Ferrara e Matteo Matzuzzi e su questo sito e sul mensile grazie, soprattutto, a quella di Leone Grotti che ha fatto un grande lavoro di informazione, andando a spiegare cosa non tornava nelle accuse rivolte al porporato. Basandosi, appunto sui fatti, questa volta non mitologici. Abbiamo ospitato articoli di George Weigel, abbiamo intervistato Andrew Bolt (unico giornalista australiano a difendere Pell e anche unico, finora, ad averlo intervistato dopo l’assoluzione), abbiamo messo in copertina – mentre per il resto del mondo non c’era nemmeno da discutere se fosse colpevole o innocente – uno zucchetto con il titolo “Lo scalpo”. Era l’aprile 2019, non il 13 ottobre 2020.

Il film, i fatti e il cronometro

Il caso Pell, con la sua lieta conclusione, dimostra che troppo spesso i media raccontano la realtà secondo modalità cinematografiche, emozionali, basandosi più su canovacci che, come una buona sceneggiatura, forzano i fatti, i tempi e i luoghi per aiutare lo spettatore a orientarsi e arrivare a conclusioni certe, manichee e inconfutabili. È il “metodo Spotlight“, proprio quello celebrato in un film di successo che, guarda caso, parla di Chiesa, di preti pedofili e di giornalisti impavidi a caccia di “fatti”. Si punta il riflettore su un particolare e si lascia al buio tutto ciò che contraddice quel che compare nel cono di luce prescelto (il grande Erich Auerbach aveva già spiegato tutto nel 1946). Ma così si fa un film, magari un buon film hollywoodiano, utilizzando il metodo della finzione per comunicare un messaggio. Senza esagerare nella predica deontologica, ci preme dire che il giornalismo dovrebbe esporre i fatti per cercare la verità, almeno nel suo brandello afferrabile. All’agnostico Andrew Bolt bastò uno sguardo lucido e senza pregiudizi e un cronometro per afferrarla. Sarà forse qui tutto il problema?

Foto Ansa