Weigel: «Perché le accuse contro Pell non stanno in piedi»

L’intellettuale e teologo George Weigel in difesa del cardinale Pell: «La giuria di primo grado non poteva razionalmente raggiungere il verdetto di condanna sulla base delle prove»

L’intellettuale e teologo americano George Weigel non ha mai nascosto di essere un grande amico del cardinale George Pell, condannato in primo grado per abuso sessuale di due minorenni. Fermamente convinto della sua innocenza (ne aveva già scritto qui e qui), è tornato a esprimersi nel merito sulle accuse all’ormai ex tesoriere del Vaticano. «Ora che l’ordine dei giudici che ha vietato la copertura del caso a dicembre è stato rimosso, si possono finalmente esporre i fatti per chi voglia considerarli».

I DIECI FATTI IMPROBABILI

Dopo aver ricordato che in occasione del primo processo l’allora arcivescovo di Melbourne è stato considerato innocente da 10 membri della giuria su 12 (la giuria è stata poi esonerata e rinominata per non avere raggiunto l’unanimità), Weigel scrive su National Review («perché le accuse contro Pell non stanno in piedi») che nel secondo processo «la difesa ha dimostrato che, per corroborare le accuse nei confronti di Pell di avere abusato sessualmente nel 1996 di due ragazzini del coro subito dopo la messa domenicale alla cattedrale di Saint Patrick in sacrestia, dieci cose improbabili sarebbero dovute accadere nel giro di dieci minuti»:

«1) L’arcivescovo Pell abbandonava la sua decennale consuetudine di andare a salutare i fedeli fuori dalla Cattedrale dopo la messa.

2) Pell, che era usualmente accompagnato da un maestro di cerimonia o da un sacrestano ogni volta che indossava i paramenti, entrava nello spazio accuratamente controllato della sacristia da solo.

3) Il maestro di cerimonia, incaricato di aiutare l’arcivescovo a togliersi i paramenti mentre si svestiva anche dei propri, scompariva.

4) Il sacrestano, incaricato di occuparsi della sacristia, scompariva.

5) Il sacrestano non faceva avanti e indietro dalla sacristia all’altare per rimuovere i messali e gli oggetti liturgici, come era sua responsabilità e abitudine fare.

6) I chierichetti, come il sacrestano, scomparivano di punto in bianco, invece che aiutare il sacrestano a portare messali e oggetti liturgici in sacristia.

7) I sacerdoti che concelebravano la messa con Pell non andavano in sacristia per togliersi i paramenti liturgici.

8) Almeno 40 persone non si accorgevano che due ragazzi del coro abbandonavano la processione che avveniva al termine della messa.

9) Due ragazzi del coro entravano in sacristia, iniziavano a bere il vino destinato alla messa, venivano accostati e abusati da Pell mentre la porta della sacristia era aperta e l’arcivescovo era ancora vestito dei suoi paramenti liturgici.

10) I ragazzi abusati ritornavano nella stanza dedicata al coro, attraverso due porte chiuse, senza che nessuno se ne accorgesse, e partecipavano alle prove dopo la messa, senza che nessuno domandasse loro dove erano stati in quei dieci minuti».

IL PROCESSO DI APPELLO

Weigel ricorda poi che dalle testimonianze al processo di sacerdoti, maestro di cerimonia, membri del coro, direttore del coro e sacrestano si sono appresi altri dettagli:

«Nessuno ricorda che alcun membro del coro si sia mai allontanato dalla processione dopo la messa; nessuno che si trovasse vicino ai due presunti abusati si è accorto di niente; niente del genere sarebbe potuto accadere in uno spazio controllato senza che qualcuno se ne avvedesse; nessun gossip e nessuna voce si è mai sparsa dopo un incidente così vile e drammatico».

Conclude quindi Weigel:

«Ovviamente gli avvocati del cardinale Pell faranno ricorso. L’appello sarà ascoltato da una giuria di giudici esperti, che possono decidere come previsto in Australia che la sentenza emessa nei confronti di Pell è “unsafe”, cioè che la giuria di primo grado non poteva razionalmente raggiungere il verdetto sulla base delle prove. Così la condanna di Pell sarà annullata. Per il bene del cardinale Pell e per la reputazione del sistema giudiziario dello Stato di Victoria, bisogna sperare che i giudici di appello facciano la cosa giusta».

Foto Ansa