Ricordate questa data. «È la fine di Hong Kong e dei diritti umani»

Il Parlamento fantoccio cinese dà il via libera alla legge che metterà fine all’autonomia di Hong Kong. La popolazione protesta e la polizia arresta anche i bambini

Un gruppo di giovani arrestati a Hong Kong per aver protestato contro la legge che criminalizza chi fischia l’inno nazionale cinese

Il 28 maggio 2020 potrebbe essere ricordato come il giorno in cui Hong Kong ha perso quell’«alto grado di autonomia» che il premier Zhao Ziyang garantì alla città nel 1997, firmando un trattato internazionale con l’allora primo ministro britannico Margareth Thatcher nella Grande sala del popolo. A Pechino, in quella stessa sala, 23 anni dopo, il Congresso nazionale del popolo (il Parlamento fantoccio cinese) ha approvato una risoluzione incostituzionale per approvare una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, senza passare dal Consiglio legislativo della città, che ne cancellerà di fatto l’autonomia.

«È LA FINE DI HONG KONG»

Il voto autorizza il comitato permanente del Congresso a scrivere una legge che punisca ogni attività sovversiva e secessionista, oltre a qualunque interferenza estera e terroristica a Hong Kong. La legge dovrebbe poi essere promulgata entro agosto. Anche se ancora manca un testo scritto, come riassume la deputata democratica della città, Claudia Mo, «è la fine di Hong Kong, sappiamo che amputeranno le nostre anime, ci porteranno via i valori che abbiamo sempre abbracciato: democrazia, diritti umani, stato di diritto».

Come dichiarato a tempi.it dall’avvocato, ex parlamentare e leader democratico Albert Ho, «libertà di espressione e stampa saranno soppresse. Un giornale come l’Apple Daily potrebbe essere chiuso, intonare la canzone Gloria a Hong Kong diventerà un crimine, l’organizzazione che promuove la veglia di commemorazione della strage di Piazza Tienanmen sarà bandita e in generale criticare il Partito comunista sarà vietato. Inoltre, una filiale locale dell’Ufficio di pubblica sicurezza cinese aprirà a Hong Kong e governerà di fatto la città».

LA REAZIONE DEGLI STATI UNITI

È chiaro, come dichiarato dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, che «nessuna persona ragionevole può affermare oggi che Hong Kong mantiene un alto grado di autonomia rispetto alla Cina». Ecco perché gli Stati Uniti hanno revocato lo statuto speciale di Hong Kong che permetteva alla città di avere rapporti economici privilegiati con gli Usa rispetto alla Cina. La Casa Bianca ha anche fatto sapere che approverà un pacchetto di sovvenzioni per rendere conveniente alle 1.300 aziende americane presenti a Hong Kong di rientrare negli States.

Pechino ha reagito con forza parlando di «atto barbaro», ma un simile commento è più appropriato se rivolto alla polizia di Hong Kong, che negli ultimi tre giorni ha arrestato più di 600 persone. Le proteste sono tornate a investire la Regione amministrativa speciale dopo un anno di manifestazioni contro la legge sull’estradizione, nonostante il divieto di assembramenti approvato per evitare la diffusione del nuovo coronavirus, in opposizione alla legge sulla sicurezza nazionale ma anche a quella controversa che rende un crimine fischiare l’inno nazionale, che è lo stesso della Cina continentale.

IN CARCERE CHI FISCHIA L’INNO NAZIONALE

È semplicemente un antipasto di quello che succederà da settembre: non saranno più ammesse critiche di alcun genere, dirette o indirette, al regime comunista. Chi fischierà l’inno allo stadio, notoriamente durante le partite di calcio, potrà essere condannato a scontare tre anni di carcere o a pagare una multa salatissima. Ai manifestanti riuniti fuori dal Parlamento per protestare, mercoledì, la polizia in assetto antisommossa ha reagito sparando ad altezza d’uomo proiettili di gomma e spray urticanti: tra gli arrestati, anche diversi bambini in uniforme scolastica.

Davanti a simili interventi scomposti, non ci si può stupire se le rassicurazioni del regime a proposito della nuova legge sulla sicurezza nazionale non vengono bene accolte. Non è ancora chiaro, infatti, se chi viola la legge potrà ad esempio essere portato in Cina e processato nei tribunali comunisti. Fonti del South China Morning Post assicurano di no, ma Pechino aveva anche giurato di garantire piena autonomia a Hong Kong fino al 2047, di concedere il suffragio universale prima del 2020 e di non inviare agenti cinesi in città. Nessuna di queste promesse è stata rispettata.

Foto Ansa