Hamas non molla le armi. Gaza rischia di nuovo la guerra

Di Giancarlo Giojelli
16 Aprile 2026
I terroristi rifiutano il piano per la smilitarizzazione proposto dal Board of Peace e riprendono forze. Situazione speculare con Hezbollah in Libano. Nessuna via diplomatica sembra possibile sui fronti aperti ai confini di Israele
Miliziani della brigata Al-Qassam di Hamas, Striscia di Gaza, dicembre 2025 (foto Ansa)
Miliziani della brigata Al-Qassam di Hamas, Striscia di Gaza, dicembre 2025 (foto Ansa)

Il nodo irrisolto su cui rischiano di naufragare le speranze di pace e di ricostruzione a Gaza è sempre quello: la consegna delle armi da parte di Hamas e il ritiro da parte di Israele. Hamas, secondo quanto riportato dalla Bbc, Hamas ha respinto un piano per disarmarsi e consegnare a una forza internazionale il controllo della parte della Striscia di Gaza dove si è asserragliata, stretta nella morsa in cui l’ha rinchiusa Israele, che sorveglia ogni accesso. Un rifiuto che sta ponendo in una fase di stallo i già difficili negoziati con le fazioni palestinesi, condotti al Cairo da Nickolay Mladenov, il direttore generale del Consiglio per la pace guidato dagli Stati Uniti.

Distruzione e scontri nella Striscia

Accusato apertamente da Hamas di essere troppo sbilanciato a favore di Israele, Mladenov il mese scorso aveva delineato un quadro per la smilitarizzazione di Gaza: sarebbe stato l’avvio, dopo la tregua stabilita sei mesi fa, della seconda fase dell’accordo che dovrebbe segnare l’inizio della ricostruzione. Ma gli ostacoli sono ancora molti, primo fra tutti la disponibilità economica: finora il Board of Peace avrebbe raccolto solo un miliardo di dollari, dei diciassette previsti dal piano di Donald Trump. La popolazione vive in uno stato ancora molto precario. Tra baracche e tende, tra le macerie delle città. Nel terrore che la guerra ricominci. Ma in realtà gli scontri non sono mai terminati del tutto.

La carestia sembra scongiurata, gli aiuti umanitari entrano ma almeno centomila persone sono ancora sotto la soglia accettabile di nutrimento e in condizioni di salute critiche, il sistema fognario in diverse zone è stato distrutto. I bambini sono tornati a scuola, ma molti devono seguire le lezioni nelle tende perché le scuole sono ridotte in macerie. Oltre la linea gialla marca il confine tra la parte controllata a da Israele e quella controllata da Hamas, si segnalano scontri tra clan e fazioni. Un incubo che sembra essere stato dimenticato, i riflettori sono puntati su Iran e Libano. Gaza, almeno per ora, non fa notizia.

Nessun progresso verso la pace

E adesso arriva il colpo più duro alle trattative: Hamas ha comunicato ai mediatori regionali che non parteciperà ai colloqui per la seconda fase finché Israele non si ritirerà. E Israele fa sapere che non ha nessuna intenzione di andarsene dalla zona ancora occupata, la zona “di sicurezza”, finché Hamas non consegnerà le armi. Secondo diverse fonti la formazione jihadista si sta comunque rafforzando e sta recuperando almeno parte della sua capacità offensiva con il sostegno di altre milizie come la Jihad islamica.

Tutto fa temere che il piano del Board of Peace naufraghi prima di essere riuscito a partire. E si riapra la guerra e ricomincino i bombardamenti israeliani che hanno già fatto 70 mila morti tra combattenti e civili palestinesi. Dopo il massacro del 7 ottobre del 2023 in cui Hamas ha ucciso 1.200 israeliani e ha preso 251 ostaggi, Israele non ha mai abbassato la guardia e non sembra intenzionato ad abbassarla ora. Sono oltre settecento i gazawi uccisi da ottobre, da quando cioè è iniziato il cessate il fuoco.

Hezbollah sui passi di Hamas

La via delle trattative, sui fronti aperti ai confini di Israele, incontra ostacoli sempre più ardui. La notizia del rifiuto di Hamas al disarmo arriva proprio mentre dal Libano Hezbollah manda il suo messaggio in risposta agli incontri tra Libano e Israele: 40 razzi lanciati sulla Galilea. È la risposta del “Partito di Dio” alle trattative aperte tra gli ambasciatori libanese e israeliano negli Stati Uniti, per la prima volta un incontro diretto tra i due paesi.

Al di là degli effetti immediati che possono avere i colloqui, questa sembra una possibilità voluta dal presidente libanese Joseph Aoun più che dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per “Bibi” nessun accordo sarà possibile finché Hezbollah non deporrà le armi e l’esercito regolare non prenderà il controllo di tutto il Libano: una situazione speculare a quella di Gaza. Gli jihadisti non disarmano finché Israele non si ritira, Israele non si ritira se gli jihadisti non depongono le armi.

La determinazione di Israele

Netanyahu si sente forte dell’ultimo sondaggio secondo cui i tre quarti della popolazione israeliana ebrea sarebbero favorevoli alla guerra in Libano. Il premier su questo punto non ha una reale opposizione nel paese. È contestato per la politica interna, ma non nella volontà di continuare a combattere ogni “pericolo esistenziale” per Israele, ed Hezbollah, Houthi, Hamas sono visti come un unico asse, legato all’Iran, che vuole la distruzione dello Stato ebraico.

Di fronte a questo nessuna trattativa sembra realistica, nessuna tregua può reggere. Israele non permette accordi ritenuti pericolosi per la propria sicurezza. A qualsiasi costo. Il “mercoledì nero” in cui Israele ha bombardato a tappeto Beirut facendo almeno 200 morti e oltre mille feriti gravi, proprio alla vigilia dell’incontro in Pakistan tra Stati Uniti e Iran, è stato un segnale chiaro. Le regole sul campo danno priorità alle armi.

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