Il futuro di Gaza dipende da Hamas (e dall’Onu di Trump)
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non era a Davos per firmare l’accordo sul Board of Peace, il Consiglio internazionale per la pace ideato, voluto e presieduto dal presidente americano Donald Trump. Su Netanyahu pesa un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra nel conflitto in corso da due anni e mezzo a Gaza, dopo il massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas. E questo dice molto sulla complessità di una situazione internazionale che vede organismi giuridici ed istituzionali invischiati nell’indistricabile groviglio mediorientale.
Un nodo gordiano che Trump più che sciogliere vuole tagliare con un colpo di spada. Mettendo a sedere fianco a fianco amici e nemici, rivali e alleati.
L’Onu di Trump alla prova dei fatti
A Davos c’era il presidente israeliano Isaac Herzog che ha ribadito i punti fermi dello Stato ebraico: le condizioni irrinunciabili per l’avvio della seconda fase dopo la tregua di tre mesi fa (e più volte violata) sono il totale disarmo di Hamas e la consegna del corpo dell’ultimo ostaggio, il sergente Ran Gvili, sepolto sotto le macerie nella parte della Striscia ancora sotto il controllo dei jihadisti.
Per Israele Hamas è ancora un pericolo reale: durante il cessate il fuoco si è rafforzata e riarmata, grazie all’aiuto di paesi che ora sono nel Board of Peace come Qatar e Turchia. Israele punta a ritessere gli accordi di Abramo con i paesi arabi, otto dei quali hanno firmato a Davos, e tra loro Arabia Saudita ed Emirati, in pessimi rapporti reciproci. L’Onu di Trump sembrava destinata a fallire prima di nascere ma non è stato così. Ora si vedrà cosa accadrà sul terreno.

Il futuro di Hamas
E non tutto è chiaro, a cominciare da come e da chi sarà formata la Forza di stabilizzazione: soldati sul terreno, sul confine, a vigilare mentre dentro Gaza la sicurezza dei cittadini e il lavoro di aiuto alla popolazione con l’avvio della ricostruzione saranno garantiti da una forza di polizia palestinese “depurata” da Hamas e da ogni altra formazione terrorista.
Israele ha accettato perché non può inimicarsi Trump, ma «se Hamas non sarà smantellata con la diplomazia lo faremo noi con le armi», dice a Tempi un alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano. «Andremo fino in fondo: non possiamo permetterci un altro 7 ottobre. Al momento non vi sono certezze sulla scelta di Hamas. Se adempirà agli obblighi, ciò sarà il risultato delle pressioni politiche esercitate dagli attori coinvolti, in particolare da Qatar e Turchia. In caso contrario, Israele agirà autonomamente, come ha sempre fatto, senza chiedere aiuto militare ad altre nazioni: la preferenza resta per soluzioni diplomatiche, siamo consapevoli del costo umano dei conflitti, sappiamo bene che la situazione della popolazione a Gaza è grave ma è anche vero che ogni giorno entrano nella Striscia numerosi camion di aiuti umanitari, che spesso Hamas sequestra per finanziare le proprie attività, una situazione che non può più essere tollerata».
Secondo Sky News Arabia, sarebbe stato raggiunto un accordo tra Hamas e l’amministrazione Usa, in base al quale l’organizzazione consegnerebbe le armi e le mappe dei tunnel di Gaza in cambio dell’accettazione di Hamas come partito politico e del reintegro di alcuni suoi membri nella nuova amministrazione.
Israele entra nel Consiglio per la pace
«Il governo – continua il funzionario, che chiede di non rivelare il suo nome – era diviso tra partecipare o no al Board: la questione era se fosse possibile dire no a Trump e se accettare di sedere a fianco di paesi che aiutano i terroristi. Ma poi è prevalsa una considerazione più realistica: meglio essere al tavolo dove vengono prese le decisioni piuttosto che essere assenti e in qualche modo subirle senza poter dire la nostra. La stessa ragione per cui Israele siede all’Onu benché più volte l’Assemblea generale voti contro di noi accogliendo mozioni di paesi totalitari e fondamentalisti che non rispettano i diritti umani».
«Prima del 7 ottobre parlavo regolarmente con esponenti di Hamas», dichiara a Tempi il giornalista arabo-israeliano, di madre palestinese, Khaled Abu Toameh, noto editorialista i cui commenti compaiono spesso sul Jerusalem Post e sui quotidiani di lingua araba. «Il messaggio era sempre lo stesso: “Vogliamo solo mantenere la tregua, migliorare l’economia”. Intanto 18.500 palestinesi di Gaza avevano permessi per lavorare in Israele; il piano era di portarli a 30.000 entro fine anno. Contemporaneamente, valigie piene di contanti entravano a Gaza dal Qatar con l’avallo israeliano».
«L’idea condivisa da molti, anche da me», ammette Abu Toameh, «era che migliorando l’economia si potesse garantire calma e quiete. Oggi sappiamo che faceva parte della strategia dell’inganno. Ma allora, se qualcuno mi avesse chiesto una o due settimane prima del 7 ottobre, quali fossero le possibilità di una guerra tra Israele e Hamas, avrei risposto: zero. Mi sbagliavo. E ho imparato a non fare previsioni».
La guerra a Gaza «sta per finire»?
Sabri Saidam, nato a Damasco, fa parte del comitato centrale di Fatah, lo storico partito palestinese cacciato da Gaza nel 2007 dopo una violentissima battaglia con Hamas. Saidam è consigliere del presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen. Lo incontro nel suo ufficio di Ramallah. «La Palestina non è stata invitata al Consiglio per la pace», dichiara a Tempi. «Netanyahu non vuole che i problemi siano risolti e vuole mantenere alto lo stato di conflitto per poter controllare tanto Gaza quanto la Cisgiordania. In sostanza, il suo obiettivo è mantenere e aumentare le divisioni tra i palestinesi. Lui e i suoi alleati di governo hanno come scopo finale la deportazione del nostro popolo dalla terra di Palestina. E contano sulle nostre divisioni».
Anche se Trump ha dichiarato ieri che «la guerra a Gaza sta per finire», il processo di pace, visto sul campo, sembra ancora fragilissimo. Gli israeliani sono diffidenti e pronti a ricominciare la guerra. I palestinesi restano divisi. Il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto è ancora chiuso, anche se Ali Shaath, leader del comitato tecnocratico palestinese, ha annunciato che la settimana prossima riaprirà in entrambe le direzioni. I bombardamenti massicci per ora sono finiti, ma non i combattimenti e i raid mirati a Gaza. Ogni giorno si contano nuovi morti.
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