Crisi Grecia, raggiunta l’intesa. «Quale intesa, scusi? Qui si rischia una guerra economica»

Intervista a Oscar Giannino: «Non so come farà Syriza, che ha vinto un referendum proponendo “mai più accordi capestro”, ad accettarne uno simile. E non è credibile che si risani un paese senza manifattura con 320 miliardi di debito e 180 di Pil»

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«Non si tratta di dare ragione o meno a Tsipras, ma di capire che finché saremo in balìa della discrezionalità nelle trattative europee non andremo da nessuna parte». Oscar Giannino non ha dubbi su dove alberghi il nodo gordiano della questione greca e del perché non sarà sufficiente questo ennesimo accordo per venirne a capo.
Da anni si consuma la tragedia che vede da una parte il debitore greco incapace di saldare i suoi prestiti, e dall’altra i creditori prima propensi a punirlo e poi disposti a salvataggi da scavezzacollo in extremis. Anche gli accordi raggiunti tra la notte di sabato e la mattina di lunedì non sarebbero che un palliativo, una toppa troppo piccola per coprire la falla che continua ad allargarsi, tra un debito non più sostenibile e una miopia generale che si ostina a non volerne vedere i rischi.

Giannino, come vede l’intesa raggiunta tra i capi di Stato della zona euro sulla Grecia?
Non riesco a giudicarla col metro degli opposti estremismi: Europa di qua, democrazia di là. Questi accordi prevedono alcune cose radicalmente diverse da quanto emerso nel recente referendum e delle altre magari di buon senso, ma che dubito il parlamento greco recepirà in tre giorni senza scossoni. Purtroppo l’Unione Europea dal 2008 non riesce a capire come deve affrontare le crisi: non si vuole rendere conto che l’unico modo per venire a capo di queste problematiche è dandosi regole comuni di principio generale.

L’Europa sembra fatta unicamente per regolamentare tutto lo scindibile.
Intendiamoci, parlo di regole semplici e chiare per affrontare le crisi dei debiti sovrani. Non è ottemperata un’uscita dall’euro con procedure concordate per minimizzare i danni, una “quarantena” seguita ad un fallimento, una ristrutturazione con ancora minori aiuti e condizionalità nel caso in cui si voglia uscire dall’euro ma restare nell’Unione Europea… Uno deve sapere a cosa va incontro prima di fare una qualsiasi scelta, il metodo europeo è invece quello di risolvere queste problematiche caso per caso con procedure inter-statali e questo non può che generare attriti.

Che tipo di attriti?
È sotto gli occhi di tutti che le tensioni degli ultimi mesi abbiano rinfocolato due bracieri sempre vivi: da una parte reazioni di tipo nazionalistico, e dall’altra il ricorso ad un ampio margine di discrezionalità. Se noi a un’elevata discrezionalità politica aggiungiamo una solvibilità che, nel caso greco, è dubbia fin da marzo, le fratture che si creano non possono che essere dolorose per l’eurozona. Non dimentichiamo che il Novecento con le sue tragedie è figlio del nazionalismo esasperato. Ora magari non rischiamo una guerra, ma una guerra economica sì, pagata da disoccupati e meno tutelati.

Alla luce dell’accordo di ieri notte, che scenario ci si prospetta all’orizzonte?
Quale accordo, mi scusi? Perché da una parte c’è Tsipras che annuncia un taglio del debito e dall’altra gli si fa eco dicendo che di “haircut” non se ne parla. Non mi sembrano le migliori premesse di un accordo che, ripeto, deve essere ancora ratificato dal parlamento greco con tutti i rischi del caso. Non so come farà il parlamento di Atene, Syriza stessa che ha appena vinto un referendum proponendo “mai più accordi capestro”, ad accettarne uno simile. Dovrebbero andare dagli elettori e dire: scusateci, avevamo sbagliato. Ci siamo sbagliati persino a farvi fare un referendum, sbagliati su tutto: non possiamo mantenere gli sgravi fiscali, ciò che per mesi abbiamo sostenuto non stava in piedi, e ora dobbiamo ratificare il tutto con una raffica di voti in aula da fare avere all’Europa entro mercoledì.

I greci però qualcosa di sicuro l’hanno sbagliato.
I greci sono stati abituati dall’Europa ad utilizzare male l’euro, questo è fuori di dubbio. Hanno raddoppiato i dipendenti pubblici aumentando loro le retribuzioni. Il modello greco, se di modello si può parlare, si è retto negli ultimi anni su una bolla immobiliare incredibile, che prima o dopo doveva scoppiare, ma che negli anni dal 1985 al 2015 ha visto la spesa pubblica eccedere alle entrate di oltre 10 punti di Pil l’anno per 13 volte in 30 anni. Hanno vissuto oltre le loro possibilità.

Ma la Grecia di oggi può ripagare i buchi di quella di ieri?
La Grecia di oggi non è un paese risanato, non può esserlo con 80 miliardi di euro di imposte a ruolo non riscosse su 180 miliardi di Pil. È piuttosto un paese che ha bisogno di un restauro profondo, un vero programma di “nation building”, e che invece ha anche mandato in fumo la debole crescita di inizio anno con le recenti instabilità. Non è credibile che un paese con 320 miliardi di debito e un deficit della bilancia commerciale dei pagamenti pari al 12 per cento del Pil si risani potendo contare su un Pil di 180 miliardi che rischia di essere prossimo ai 170 alla fine dell’anno. Un paese praticamente senza manifattura e con ridottissimo export.

Non stupisce che la Grecia con le sue controproposte risulti particolarmente invisa ai debitori.
Ma non solo ai debitori, perché non c’è solo la Germania contro la Grecia. Come reagirebbero il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda, i paesi baltici e tutti quegli stati che hanno fatto riforme “lacrime e sangue” in questi anni? Come reagirebbero i nostri esodati che hanno subìto la riforma Fornero? Il vero problema sarebbe spiegare a tutta questa gente che invece di tagliare la spesa pubblica avrebbero potuto usare la cura ellenica. Il paradosso della faccenda deriva dal fatto che la politica europea ha avuto tanto, troppo margine di discrezionalità nel fare e disfare accordi a proprio uso e consumo sul singolo caso nazionale in esame.

Foto Ansa/Ap