Giulia Ligresti assolta. Chissà se Renzi e Boschi hanno imparato la lezione

Assolta la figlia di Salvatore. Ma il suo caso portò alla richiesta di sfiducia del ministro Cancellieri. Ricostruzione

L’assoluzione di Giulia Ligresti ci permette di tornare a raccontare una storia emblematica del rapporto malato tra politica, stampa e magistratura di questo paese. Partiamo dalla cronaca di questi giorni e andiamo a ritroso.

La vicenda

Lunedì 1 aprile la Corte d’appello di Milano ha accolto l’istanza di revisione e ha revocato il patteggiamento in primo grado a 2 anni 8 mesi di carcere assolvendo definitivamente Giulia Ligresti, figlia di Salvatore (deceduto nel 2018), re del mattone e della finanza. La Ligresti era imputata per aggiotaggio e falso in bilancio nell’ambito del caso Fonsai. La vicenda, piuttosto intricata, è durata sei anni e chi voglia farsene un’idea può leggere la bella ricostruzione che Ermes Antonucci ha fatto sul Foglio ieri.

Carcerazione preventiva

Qui, invece, si vuole andare a ricordare cosa accadde dopo il periodo di carcerazione preventiva che Giulia Ligresti dovette subire per un mese e mezzo nel 2013. Carcerazione che la provò enormemente nel fisico (perse sei chili) e nell’anima, tanto da indurla, una volta liberata in seguito a perizia medica, a patteggiare.
Come si ricorderà, sulla vicenda scoppiò un caso politico perché i giornali pubblicarono alcune intercettazioni telefoniche in cui l’allora ministro della Giustizia del governo Letta, Annamaria Cancellieri, si interessava della salute della donna e si premurava di chiedere al Dap di verificare la questione.

La sfiducia

Contro l’allora ministro – che ribadì sempre di essere intervenuta solo con intenti umanitari – partì una violentissima campagna di stampa, sebbene non fosse indagata, sebbene, come gli stessi pm dicevano, nelle sue azioni non vi fosse «nulla di penalmente rilevante» e sebbene, già prima del suo intervento, medici e psicologi avessero segnalato le sofferenze della donna. Questi i fatti, come li riassumemmo allora, ma voi credete che a stampa e avversari politici interessino i fatti? Certamente no, e infatti Cancellieri dovette andare in aula il 21 novembre per una mozione di sfiducia presentata dai cinquestelle. E, sia notato tra incisi, fra i più scatenati contro di lei vi fu un certo Alfonso Bonafede, vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera, oggi guardasigilli (chi vuole farsi venire il sangue amaro riascolti questa sua intervista a Radioradicale).

Il “garantista” Renzi

La Camera respinse la sfiducia (405 no, 154 sì. Per il no votarono Pdl, alfaniani e Pd che, però, si spaccò). Perché il Partito democratico si divise? Perché il presidente del Consiglio era Enrico Letta e il suo segretario era Matteo Renzi che voleva fargli le scarpe. Tanto che Renzi (il “garantista” Renzi) si espresse per le dimissioni. «Non è un problema giudiziario, ma politico», disse con incredibile faccia tosta. Cancellieri era “colpevole” di aver «minato l’autorevolezza istituzionale e l’idea di imparzialità. (…) Se cambia il ministro della Giustizia il governo Letta è più forte, non più debole. Con questo ministro qualsiasi intervento sulle carceri, qualsiasi posizione sulla riforma della Giustizia sconterà un giudizio diffidente di larga parte degli italiani».

La Repubblica degli amici

Vale la pena riportare un passaggio di quel che Renzi scrisse sulla sua newsletter:

«L’idea che ci siamo fatti dell’intera vicenda Ligresti è che la legge non sia uguale per tutti e che se conosci qualcuno di importante te la cavi meglio. È la Repubblica degli amici degli amici: questo atteggiamento è insopportabile. Per cui, anche se i media scrivono che il ministro Cancellieri dovrebbe dimettersi se le arrivasse un avviso di garanzia, non la penso così: e so che adesso non tutti saranno d’accordo con me: le dimissioni non dipendono da un avviso di garanzia. L’avviso di garanzia è un atto di tutela verso l’indagato, non è una sentenza di condanna: vent’anni di giustizialismo soprattutto mediatico hanno trasformato uno strumento a favore della difesa in una condanna preventiva. Un Paese civile, un Paese che cambia verso, è un Paese in cui non basta un’informazione di garanzia per condannare una persona. Se diventerò segretario del Pd su questo tema vorrei combattere una battaglia culturale».  

Chissà se oggi

Così Renzi. Ma anche Maria Elena Boschi andò a Ballarò a dire, «da parlamentare e da avvocato», che al posto della Cancellieri si sarebbe dimessa perché era «in gioco la fiducia verso le istituzioni» e perché si dava l’idea di un paese «in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono corsie preferenziali per gli amici degli amici». Chissà se oggi, dopo che è passata un po’ d’acqua sotto i ponti, dopo che ai loro genitori è stato riservato un trattamento non così diverso da quello riservato alla Cancellieri, ripeterebbero le stesse parole. C’è da augurarselo.

Foto Ansa