Aspettando la Giornata per la vita con il Papa, facciamo ordine su eutanasia, biotestamento e altri falsi “diritti”

Domenica 16 giugno Papa Francesco celebrerà la Messa per ricordare l’Evangelium vitae. Così nella sua enciclica Giovanni Paolo II confutò la moderna “cultura di morte”

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Domenica 16 giugno Papa Francesco celebrerà la Messa per ricordare l’Evangelium vitae. Un evento importante soprattutto in un periodo in cui sempre più spesso viene messa in discussione la sacralità della vita umana. L’evoluzione delle conoscenze e delle tecnologie medico-scientifiche rende oggi possibili interventi che violano il rispetto della dignità della vita umana. Più volte Papa Francesco ha esortato a «mantenere viva l’attenzione sul tema del rispetto per la vita umana, dal concepimento al termine naturale».

Strenuo difensore di una “cultura della vita” fu Giovanni Paolo II, il quale proprio nella lettera enciclica Evangelium vitae faceva tra l’altro riferimento ai progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza, dove l’esperienza del morire si presenta con alcune caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo.

La morte, considerata “assurda” se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, come notava Papa Wojtyla, diventa invece una “liberazione rivendicata” quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad un’ulteriore più acuta sofferenza. In questi casi, osservava il Pontefice polacco, «rifiutando o dimenticando il suo fondamentale rapporto con Dio, l’uomo pensa di essere criterio e norma a se stesso e ritiene di avere il diritto di chiedere anche alla società di garantirgli possibilità e modi di decidere della propria vita in piena e totale autonomia».

È in un tale contesto che si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine dolcemente alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Giovanni Paolo II già allora metteva in guardia dai sintomi più allarmanti della “cultura di morte”, che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate.

E per rispondere a una simile corrente di pensiero l’enciclica sottolinea che «l’eutanasia è una grave violazione della legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana». La scelta dell’eutanasia diventa più grave quando si configura «come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non l’ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa alcun consenso». E metteva in risalto il fatto che si raggiunge il colmo dell’arbitrio e dell’ingiustizia «quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire».

Di diversa natura è la scelta della rinuncia al cosiddetto “accanimento terapeutico”, a quegli interventi medici che non risultano più adeguati alla reale situazione del malato, in quanto sproporzionati rispetto ai risultati che si potrebbero sperare o troppo gravosi per il paziente e per la sua famiglia. In queste situazioni, si ricorda nell’enciclica, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi». Occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. Ma è chiaro che la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.

Negli ultimi anni il dibattito sul fine vita si è poi concentrato anche sul tema del “testamento biologico”, inteso come volontà del paziente di decidere anticipatamente di interrompere la propria alimentazione e idratazione in caso di malattia grave. In questi casi si profila il rischio di perdersi in quella che Benedetto XVI ha definito «esaltazione individualistica dell’autonomia», a detrimento del senso della realtà umana. A dispetto di alcuni pronunciamenti giurisprudenziali sul tema, e in linea con il magistero della Chiesa, è necessario qui affermare che il malato in fase terminale può rifiutare le terapie sproporzionate e gli accanimenti terapeutici, ma ha diritto a ricevere l’alimentazione, l’idratazione e le terapie necessarie.

Da queste poche notazioni su un documento fondamentale nella missione della Chiesa, è possibile capire l’importanza di dare una spinta decisiva a una “svolta culturale” in favore della vita. Un rinnovamento che deve partire dalle stesse comunità cristiane e che deve annoverare tra i suoi obiettivi principali la formazione di una coscienza morale circa il valore incommensurabile e inviolabile di ogni vita umana, dal concepimento al suo momento terminale naturale.

L’autore di questo articolo è segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari