Genocidio armeno, Erdogan attacca il Papa. «Ma fu Ataturk a portare via mio padre 93 anni fa»

Intervista a Vasken Pambakian, armeno di 95 anni, sfuggito a due anni con la sua famiglia all’eccidio di Smirne, uno degli ultimi atti del genocidio cominciato nel 1915

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Cento anni fa il genocidio del popolo armeno

Il premier turco Ahmet Davutoglu ha attaccato papa Francesco ieri, accusandolo di aver «aderito alla cospirazione» di un «fronte del male» contro la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha rincarato la dose, aggiungendo che «potremmo espellere gli oltre 100 mila armeni che lavorano in Turchia, anche se ancora non l’abbiamo fatto». La colpa del Papa è di aver dichiarato pubblicamente l’esistenza del genocidio armeno. Il numero del settimanale Tempi da oggi in edicola dedica un ampio servizio al centenario del genocidio. Qui sotto, anticipiamo l’intervista integrale a un sopravvissuto.

Nei ricordi di Vasken Pambakian, «i dieci o più anni» passati da bambino in una «baraccopoli del Pireo» rappresentano una fase bellissima «della mia vita, piena di amore, felicità e spensieratezza». Oggi però, «pensando a quel periodo, ora che conosco i fatti del passato, faccio considerazioni tanto tristi che mi sento perfino in colpa di essere stato così felice. Perché quei tempi dovevano essere stati terribili, soprattutto per mia madre». Pambakian (foto a destra) è armeno, ha 95 anni e vive in Italia. Quello che da bambino non sapeva, quando andava a raccogliere con sua madre il radicchio nei prati greci, «che per anni ha costituito il nostro pranzo», è che la sua famiglia era fuggita nel Pireo dall’eccidio di Smirne del 1922. Era quello uno degli ultimi atti del genocidio che, cominciato nel 1915, ha visto i turchi massacrare un milione e mezzo di armeni. A un secolo esatto di distanza, parlando a tempi.it, Pambakian si commuove ancora ricordando quei giorni, ma si arrabbia con quei giornalisti che «scrivono solo quello che già si conosce e non denunciano il fatto che tutto il mondo rimane indifferente verso un crimine di tale entità».

Signor Pambakian, ha qualche ricordo dell’eccidio di Smirne?
E come potrei? Avevo solo due anni. Io sono nato il 5 gennaio 1920 e se fino ad allora Smirne aveva subito il genocidio solo di riflesso, è solo perché la popolazione era costituita da molti europei. Si trovavano lì la maggior parte dei consolati stranieri.

Poi però è arrivato il settembre del 1922.
Il governo turco e il capo dell’esercito Kemal, che poi sarebbe diventato Ataturk, avevano deciso di portare a termine la pulizia etnica e sgomberare greci e armeni anche da Smirne, che chiamavano la “Città dei ghiaur”, degli atei. Hanno osato estendere i massacri nelle zone più “europee”, perché le potenze mondiali non avevano reagito ai massacri nell’Anatolia armena.

Vasken-Pambakian-armeniCos’è successo alla sua famiglia?
Kemal ha portato via mio padre Onnik, che io non ho mai conosciuto. Tutti i maschi sopra i 18 anni sono stati portati via. Mia mamma, costretta a lasciare casa sua e la farmacia sequestrata dalle autorità, si è rifugiata nella zona del porto con me in braccio, i miei due fratelli e mia sorella. Il 30 settembre, mentre il quartiere dei cristiani era stato dato alle fiamme, siamo salpati verso la Grecia. E ci siamo salvati. Ma ora basta parlare del passato.

Perché?
Ora siamo al centenario del genocidio. Dopo 100 anni non c’è più nessun testimone sopravvissuto che sia capace di ricordare e raccontare a voce. E non c’è più bisogno perché durante questi 100 anni ci saranno stati 100 mila giornali a scrivere in centinaia di articoli quanto è successo. Sono stati pubblicati migliaia di libri e ci sono migliaia di documenti che provano tutto. Eppure…

Eppure?
Voi giornalisti dovete dire che ancora il mondo rimane indifferente e che ancora la Turchia si ostina a non riconoscere le colpe dei governi precedenti, come ha fatto ad esempio la Germania per le colpe di Hitler verso gli ebrei.

Che cosa vorrebbe per questo centenario?
Vorrei che la Turchia la smettesse di negare una cosa che tutti sanno essere successa, e che si chiama genocidio. E vorrei che i vari governi, che sono a conoscenza dell’accaduto, lo dicessero ad alta voce senza temere pressioni diplomatiche da Ankara.

Che cosa significa per lei questo centenario?
Il centenario del genocidio per me significa la presenza e la continuazione di un dolore. Dolore alimentato ancora da chi dice: “C’è stata veramente una tragedia? Sì, ma non si chiama genocidio” Oppure: “Non sono un milione e mezzo i morti, sono appena 300.000”. O ancora: “Durante la guerra sono morti anche molti turchi”.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, non ha voluto parlare di genocidio perché «non è opportuno dare una verità di Stato», «non è compito dei governi decidere cosa sia successo 100 anni fa». Se la Turchia è ancora negazionista è anche colpa dell’Occidente?
Tutto l’Occidente ufficiale è indifferente. Il presidente degli Stati Uniti ogni anno il 24 aprile, durante il suo discorso, commemora la perdita di un milione e mezzo di armeni. Ma non pronuncia mai la parola “genocidio”.

Per lei è possibile perdonare la Turchia per quello che ha fatto?
Si perdona qualcuno quando questo riconosce di aver fatto un’azione che deve essere perdonata.

I colloqui per l’entrata della Turchia nell’Unione Europea sono fermi dal 2006, ma potrebbero riprendere presto. Che cosa ne pensa?
Una nazione che piano piano ha voluto smettere le sue abitudini asiatiche ottomane e ha fatto e continua a fare ogni sforzo per assomigliare all’Europa, deve capire che non basta togliere il fez per mettere un cappello, o lasciare che le donne possano non coprirsi il capo. Sono ben altri i cambiamenti da fare.

Quali?
Prima di tutto, devono riconoscere che ogni nazione e ogni uomo hanno una dignità che non si può calpestare. Fatto questo, tutto il resto viene da sé.

Foto Ansa

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