La furia islamista sui cristiani e sulle moschee di Mosul sono un nuovo «segno di Giona profeta». E noi gli scribi e i farisei

Davanti al video della distruzione della moschea di Giona a Mosul, vengono in mente le parole di Gesù a «una generazione perversa e adultera»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

«Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta» (Mt. 12, 39). Le parole di Gesù rivolte ai farisei e agli scribi vengono in mente, con un significato tragicamente attuale, davanti al video della distruzione di uno dei simboli dell’islam sciita, la moschea di Giona, sulla collina di Al Tauba, a Mosul, costruita attorno a quella che secondo la tradizione era la tomba del profeta.

iraq-mosul-moschea-giona-videoRicordando la storia di Giona, Gesù racconta la grandezza della misericordia di Dio a chi non ha alcuna voglia di sentirlo: Ninive aveva ascoltato, si era convertita e non era stata distrutta grazie alla predicazione del profeta, inizialmente riottoso ad adempiere il mandato ricevuto; i farisei e gli scribi sono comparati ai pagani di Ninive e ne escono male, dal momento che rifiutano la predicazione del più grande dei profeti, e pretendono da lui dimostrazioni tangibili di potenza terrena.

Duemila anni dopo, al profeta Giona è associato un segno altrettanto esplicito e terribile. Ancora una volta è un segno di distruzione – non evitata, come a Ninive, ma realizzata –, che colpisce un simbolo della fede cristiana, ricordato al tempo stesso dal Corano. Un “segno” che ha conosciuto uno spazio mediatico e di riflessione pari a qualche ora sui tg e a qualche colonna per ogni testata giornalistica il giorno successivo l’esplosione; poi più nulla. Come poco più di nulla sono l’informazione e la sensibilità relative all’esodo forzato e sanguinoso dei cristiani da Mosul, dai territori “liberati” dall’Isil, in Iraq come in Siria, e poi dall’Egitto e dalla Nigeria.

In uno studio del settembre 2004 pubblicato sulla rivista americana Commentary – tradotto e comparso sul Foglio – Norman Podhoretz, esponente di punta dei neocon dopo esserlo stato della sinistra newyorkese, elencava puntigliosamente – a partire dal 1979, da quei 52 diplomatici presi in ostaggio nell’ambasciata americana di Teheran da alcuni “studenti” iraniani – la serie incredibile di attentanti contro cittadini americani, rimasti senza alcun tipo di reazione da parte del governo federale. E ha ricordato, in particolare, che la convinzione di Osama Bin Laden di poter aggredire in modo devastante il territorio americano l’11 settembre 2001 è maturata avendo osservato l’atteggiamento che le varie amministrazioni di Washington avevano tenuto dopo le aggressioni subite da militari o civili statunitensi all’estero: in Libano, nel 1983, quando centinaia di marine perirono sotto le macerie di una caserma per mano degli hezbollah; in Somalia, nel 1993, dopo l’uccisione di alcuni ranger in missione di pace.

In Iran, in Libano, in Somalia, il terrorismo islamico aveva saggiato il “nemico”; l’11 settembre 2001 lo ha colpito, convinto di poterlo fare, a coronamento di una strategia che ha una sua logica, pur se criminale.

Cambiando ciò che va cambiato, discorso identico vale per le comunità cristiane oggi violentate e messe in fuga dalle loro terre. Disinteressarsene, da parte dell’Europa e dell’Occidente, equivale a moltiplicare gli attacchi nei loro confronti. È una indifferenza che provoca morte: anche per questo la “generazione” di un secolo aperto dall’abbattimento delle Twin Towers merita la qualifica di “perversa e adultera”.

Ancora una volta il “segno di Giona” – in questo caso le rovine della sua tomba – ammonisce che girarsi dall’altra parte equivale a radere al suolo le radici di fedi, popoli e civiltà; mentre l’esperienza di chi ha ascoltato, anche all’ultimo momento utile, rassicura che cogliere quel “segno” non è mai vano.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •