Caso Fiat. «In Italia le relazioni sindacali funzionano benissimo. Quando non c’è di mezzo la Fiom»

Intervista a Giuliano Cazzola sulla sentenza «tirata per i capelli» che obbliga la Fiat a ridare rappresentanza ai metalmeccanici Cgil

La Fiom torna in fabbrica. La Fiat infatti ha dovuto accettare che i metalmeccanici Cgil possano nominare i loro rappresentanti negli stabilimenti produttivi del gruppo. Una decisione in qualche modo obbligata dopo che la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella sua parte in cui consente alle imprese di riconoscere la rappresentanza solo ai sindacati firmatari degli accordi. Una sentenza «tirata per i capelli», dice a tempi.it Giuliano Cazzola. Per l’esperto di lavoro i giudici non avrebbero dovuto «forzare la mano». Cazzola inoltre è fermamente convinto che in Italia le relazioni sindacali «funzionano benissimo», e che «i problemi provengono solo dalla Fiom».

Francesco Amendolito, storico consulente legale per le relazioni sindacali della Fiat, commentando la decisione dei giudici ha parlato di una sentenza «politica». Concorda?
Non parlerei di una sentenza politica, ma piuttosto di una decisione tirata per i capelli. La Corte, infatti, poteva limitarsi a sancire l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19, al massimo invitando il legislatore a regolare nuovamente la materia. Invece ha preferito dire che la norma in questione è stata applicata male. Non avrebbe dovuto forzare così la mano. Non dimentichiamo poi che è stata la Fiat a fare della sua interpretazione dell’articolo 19 un atto di guerra, o perlomeno di difesa, contro la Fiom. Nessuno, infatti, l’aveva mai applicato in termini così clamorosamente formali, riconoscendo la rappresentanza solo a quei sindacati che hanno sottoscritto gli accordi.

Come si sarebbe dovuta comportare la Fiat con chi non ha voluto sottoscrivere gli accordi?
Nell’ambito delle relazioni sindacali, che per almeno sessant’anni in Italia sono state condotte con successo al di fuori dell’articolo 39 della Costituzione, le parti in gioco hanno sempre saputo fare ricorso a una buona dose di flessibilità, soprattutto quando si trattava di arrivare a un compromesso sulle vertenze più delicate. Ma nel campo del diritto privato, dove uno può contrattare con chi vuole, quando ci si mette nelle mani di soggetti poco responsabili, c’è poco da fare. È sempre rischioso. Due mesi fa, per esempio, sono stato all’Italcantieri a Venezia dove la Rsa è a maggioranza Fiom. Dovevano cambiare il regime d’orario per aggiudicarsi una commessa di tre anni. Una cosa possibile alla luce delle norme contrattuali. Ma la Fiom ha detto no. Se ci si mette nelle mani dei sindacati meno responsabili, si corre il rischio che comandino loro.

Come si esce da simili situazioni?
Sperimentando l’accordo che le parti sociali hanno raggiunto, anche se è rischioso tradurlo subito in legge. C’è, infatti, il rischio che venga tacciato di incostituzionalità. Per il resto, basterebbe che la Cgil commissariasse la Fiom. Lo ha già fatto nel 1955 Giuseppe Di Vittorio quando alla Fiat promosse, per mandarli via, il comunista storico Gianni Roveda e Luigi Dalla Motta. Promoveatur ut amoveatur. È semplice. Lo si fa da secoli, non capisco perché non si possa fare anche oggi.

Dunque il problema non è dei sindacati in quanto tali o della Fiat.
I sindacati funzionano benissimo in Italia. Non si lamenta mai nessuno, salvo casi gravi, come la chiusura di un’azienda. Il sistema di relazioni industriali è normalizzato da tempo e i contratti si fanno senza scioperi. Anche alla Fiat. È mai possibile che gli unici problemi provengano sempre dai metalmeccanici della Fiom? A volte mi chiedo se dobbiamo per forza arrivare anche noi a uno scontro durissimo come quello tra la Thatcher e i minatori negli anni Ottanta.