Il futuro dell’Ue (e dell’Italia) dipende dal vertice di domani

Sul cosiddetto «Mes senza condizioni» restano molti dubbi. In ogni caso non basterà e la partita vera si gioca sul Recovery Fund e sulle tempistiche degli stanziamenti

Gli occhi di tutta Europa, non solo degli italiani, sono puntati sulla videoconferenza tra i capi di Stato e di governo di giovedì 23 aprile. Sarà il Consiglio europeo a decidere come Bruxelles risponderà davvero alla più grave crisi economica dalla Grande depressione del 1929. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, l’epidemia farà crollare il Pil dell’Eurozona nel 2020 del 7,5 per cento, con conseguente perdita di decine di migliaia di posti di lavoro.

I POCHI AIUTI “CERTI”

Gli strumenti su cui i ministri delle Finanze dei Ventisette hanno trovato un accordo all’Eurogruppo del 9 aprile sono tre: la possibilità per i paesi membri di ricorrere al tanto vituperato Mes (Meccanismo europeo di stabilità) fino al 2 per cento del Pil, per un totale complessivo di circa 200 miliardi, il Sure, un meccanismo che potrà sbloccare fino a 100 miliardi di euro per rimpolpare la cassa integrazione nei diversi paesi e infine un fondo di garanzia da 25 miliardi che permetterà di raccogliere sul mercato fino a 200 miliardi, i quali potranno arrivare alle imprese sotto forma di prestiti concessi dalla Banca europea per gli investimenti (Bei).

Gli aiuti “certi” (ma neanche troppo), sempre sotto forma di prestiti da restituire, potrebbero dunque ammontare a 500 miliardi, ma non è chiaro quando arriveranno dal momento che il Sure, come nota l’Ispi, andrà approvato da tutti i Parlamenti nazionali e i tempi non saranno certo brevi. Inoltre, nota il famoso commentatore del Financial Times Wolfgang Munchau, «l’esperienza insegna che solo una frazione di ciò che viene stanziato alla fine arriva veramente».

TUTTI I DUBBI CHE RESTANO SUL MES

Al termine dell’Eurogruppo, la Francia ha anche annunciato che sarebbe stato discusso al Consiglio europeo un Recovery Fund, che con «metodi innovativi» potrebbe mettere a disposizione degli Stati membri altri 500 miliardi. Come, quando e a quali condizioni questi soldi verranno raccolti e distribuiti sono le domande a cui la cruciale videoconferenza di domani dovrà rispondere.

Al momento, il dibattito in Italia si concentra sul Mes. Nelle ultime settimane illustri esponenti europei, dal direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità, il tedesco Klaus Regling, al primo vicepresidente della Commissione europea, l’olandese Frans Timmermans, hanno insistentemente invitato l’Italia a mettere da parte timori e ritrosie, caldeggiando il ricorso al Mes. Sia i pezzi grossi dell’Ue che i giornali insistono nel dire che accedendo ai fondi, nel caso dell’Italia 37 miliardi da spendere in ambito sanitario, il nostro paese non farà la fine della Grecia perché le condizioni imposte in passato non ci sono più. I 37 miliardi saranno prestati a tassi bassi e ripagabili in un lasso di tempo congruo e agevole.

CI SONO «CONDIZIONI STANDARD PER TUTTI»

Nonostante queste dichiarazioni concilianti rimangono i dubbi. Non solo perché l’Olanda, per bocca del suo ministro delle Finanze, il falco Wopke Hoekstra, continua a ripetere che «le condizioni ci sono», ma anche perché, come dichiarato da Regling al Corriere, se l’unica condizione per ottenere i fondi è spenderli per il «finanziamento diretto o indiretto dei costi sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi Covid-19», «la condizionalità concordata all’inizio non cambierà durante il periodo nel quale la linea di credito è disponibile. Tutti gli Stati membri dell’Unione europea restano impegnati a rafforzare i loro fondamentali in base al quadro di vigilanza europeo, inclusa la flessibilità».

Restano insomma delle «condizioni standard per tutti», come recita il comunicato dell’Eurogruppo, che non sono ancora state scritte e che però non potranno che prevedere che i paesi che accederanno al Mes resteranno «fedeli all’impegno di rafforzare i fondamentali economici e finanziari». Non potrebbe essere altrimenti, anche perché è scritto nell’articolo 136 del Trattato sul finanziamento dell’Unione che nell’ambito del Mes «la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria (…) sarà soggetta a una rigorosa condizionalità». O si cambiano i trattati o le condizioni restano.

A FINE ANNO DEFICIT AL 160 PER CENTO DEL PIL

Non c’è ancora nulla di certo ma è lecito domandarsi quanto saranno dolorose queste «condizioni standard» e che cosa significherà per l’Italia «rafforzare i fondamentali economici e finanziari» alla luce delle previsioni del governo sullo stato della nostra economia a fine anno. Ieri il Sole24Ore ha infatti svelato il Def che a breve il Parlamento dovrà approvare. Il Documento di economia e finanza, scrive il quotidiano economico, «dovrà ufficializzare un deficit verso l’8-10%, gonfiato da un crollo del Pil intorno all’8%, e un debito fra il 155 e il 160% (Goldman Sachs calcola 161%)». L’unica cosa certa è che il Mes non sarà gratis e avrà conseguenze per l’Italia: la portata di queste dipenderà da che cosa deciderà il direttivo del Mes, al quale toccherà dettagliare «le condizioni standard».

Se anche si potesse accedere al Mes a condizioni favorevoli, però, la sostanza del problema europeo non cambierebbe. Il successo o meno dell’appuntamento di domani si gioca non tanto sui Coronabond (già respinti al mittente da tedeschi e olandesi), quanto sul Recovery Fund proposto dalla Francia. A quanto ammonterà e come verrà finanziato? Secondo la Spagna, il fondo dovrà essere come minimo di 1.000-1.500 miliardi e dovrà raccogliere «debito perpetuo attraverso le istituzioni comunitarie», garantito da «meccanismi già esistenti». Inoltre, non deve distribuire prestiti ma sussidi.

OLTRE AL «COME», TUTTO DIPENDE DAL «QUANDO»

La Francia vuole invece un fondo finanziato con emissioni comuni e garanzie congiunte degli Stati membri, che distribuirà sovvenzioni e non prestiti. Per Parigi non ci sarebbe mutualizzazione del debito perché il denaro verrebbe rimborsato secondo una precisa chiave di contribuzione da definire. Queste proposte non piacciono però a Germania e Olanda, che preferiscono l’ipotesi di un fondo garantito direttamente dal bilancio dell’Unione europea, che dovrà essere aumentato (attualmente ammonta all’1 per cento del Pil dell’Eurozona) perché la Commissione europea possa emettere titoli di debito comuni.

Quest’ultima soluzione, caldeggiata dalla Germania di Angela Merkel, ha però un problema: la Cancelliera ha parlato di «opzioni finanziarie diverse nei primi anni dopo la pandemia». Se va bene, cioè, nel 2021, altrimenti a partire dal 2022 in poi. Come nota il Giornale, «il punto
da capire è se si tratta di soldi disponibili a breve o tra un anno». Il richiamo al bilancio europeo fa pensare che prima del 2021 non se ne farà nulla in ogni caso e un funzionario europeo ha dichiarato al Sole: «Si spera che questa settimana i leader possano dare le prime indicazioni a grandi linee sugli ammontari, sulle fonti di finanziamento e sulle destinazioni da dare al denaro e a quali condizioni».

SENZA FONDI SARÀ UNA SCONFITTA PER L’EUROPA

Lo stanziamento concreto dei fondi, insomma, sembra molto lontano e questo non fa che aumentare le disparità in Europa tra chi può salvare le proprie aziende subito (Germania, Olanda) e chi non può (Italia, Spagna). Se davvero la costituzione di questo ricco fondo sarà ancora rimandata al futuro, come dichiarato da fonti europee all’Ansa, l’Europa ne uscirà sconfitta perché, come ricordato da Munchau, le tre misure stabilite finora dall’Eurogruppo (Mes, Sure e Bei) «non hanno alcun impatto dal punto di vista macroeconomico».

Al di là dei dubbi e del balletto sul Mes, i cui fondi sembrano del tutto insufficienti a salvare le imprese italiane a rischio chiusura, la reale efficacia dell’Unione Europea passa dalla rapida approvazione di misure concrete a sostegno dell’economia reale dei paesi membri, che hanno bisogno ora (non tra qualche anno) di liquidità. Se domani i capi di Stato e di governo troveranno un vero accordo su questo tema (che si chiami Coronabond o Recovery Fund poco importa), allora l’Ue ritroverà il suo ruolo e il suo significato. Se invece, per fronteggiare la più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione, l’Europa stanzierà a conti fatti appena 250 miliardi per 27 paesi (che potrebbero solo in teoria diventare 500), contro i 2.000 miliardi degli Stati Uniti lanciati da Donald Trump, allora sarà difficile non parlare di fallimento. E i sondaggi che certificano il tasso di sfiducia senza precedenti degli italiani verso Bruxelles (oltre il 40 per cento) potrebbero anche peggiorare.

Foto Ansa