Eppure non sarebbe difficile per Trump rimontare nei sondaggi

Finché il voto resta un referendum sul presidente, Biden ha gioco facile a nascondere la sua agenda di estrema sinistra. Un quasi appello del Wall Street Journal a tornare a parlare di politica

Donald Trump alla Casa Bianca

«Il paese merita un dibattito sulle proposte politiche, perché Joe Biden porta avanti l’agenda più di sinistra che si sia mai vista in un partito maggioritario». È questo, in sintesi, il motivo per cui Donald Trump farebbe bene a trascinare il rivale sul campo di battaglia dei programmi, delle idee e dei fatti concreti, soprattutto in merito a economia, lavoro, ordine pubblico: l’editorial board del Wall Street Journal è convinto che solo così il presidente uscente può sperare di rimontare lo svantaggio rispetto a Biden rilevato da quasi tutti i sondaggi in vista delle elezioni del 3 novembre. Anche il partito democratico sembra temere qualcosa del genere, e infatti, si legge nell’editoriale pubblicato ieri dal quotidiano americano, la strategia dei democratici è esattamente «fare in modo che Trump continui a parlare solo di Donald Trump». Perché sul piano dei contenuti politici la battaglia sarebbe molto più incerta di come appaia oggi.

Molto meglio per Biden e la sinistra dunque insistere a presentare l’elezione presidenziale prevista fra otto settimane negli Stati Uniti come un referendum su Trump. Perché quando il significato di un voto si sposta dalle idee politiche al giudizio sulla persona – le sorti di qualche recente presidente del Consiglio hanno insegnato parecchio in questo senso a noi italiani –, il politico antipatico finisce per soccombere. Mentre una campagna più incentrata sui programmi (lavoro, sicurezza, eccetera) sfavorirebbe Biden, vista la sua «indulgenza verso la sinista democratica», come la chiama il Wall Street Journal. Anche in America infatti le elezioni si vincono al centro.

Scrive il Wall Street Journal:

«Se la corsa si ridurrà a una gara fra caratteri, Trump perderà. Non è una riedizione dell’elezione 2016, dove Hillary Clinton era sgradita quasi quanto Trump. Gli elettori possono avere dubbi sulle capacità di Biden, ma quest’ultimo non gli è sgradito. Gli americani hanno anche visto Trump in carica per 42 mesi, e il modo in cui si comporta è sgradito perfino a milioni dei suoi sostenitori.

Non si tratta solo di un giudizio normativo. È un fatto politico misurato dai sondaggi. Il tasso di approvazione di Trump sul lavoro è inchiodato al 43-44 per cento, il suo personale è più basso. Non è stato capace di aumentare il suo gradimento sul lavoro al di sopra di quel che era nel giorno dell’inaugurazione del suo mandato».

Tutto ciò, secondo il Wall Street Journal, a causa della tendenza del presidente a metterla sempre sul piano personale, vizio che fa esattamente il gioco degli avversari. E che magari rafforza la convinzione della sua “base” elettorale, però scoraggia molti altri potenziali elettori moderati, appunto. È vero che Trump, soprattutto in seguito alla convention repubblicana, è riuscito a ridurre il divario di consensi registrato dai sondaggisti tra lui e Biden, ma è un fatto che tuttora The Donald «è dietro a Biden in tutti gli stati contesi» tra il partito rosso e il blu.

«Appare improbabile che Trump possa vincere nel voto popolare a livello nazionale, così dovrà strappare un’altra vittoria a livello di collegi elettorali. Dopo la sorpresa del 2016 solo uno sciocco direbbe che questo è impossibile. Tuttavia, se Trump vuole farcela, dovrà spostare il senso del voto su qualcosa di più di sé, e perfino dei risultati del suo primo mandato. Deve rendere l’elezione una scelta tra due futuri piuttosto che tra due uomini».

Gli strateghi del partito repubblicano lo hanno capito e non a caso hanno studiato la convention in modo da smussare gli aspetti più spigolosi del loro campione, e soprattutto hanno tentato di riempirla di linee politiche chiare, ricorda sempre il Wall Street Journal: si è parlato di «tasse ed economia, scelta educativa, Cina e politica estera, disordini nelle città, opportunità per i meno qualificati e per chi non ha titoli di studio superiore».

«Lo stesso fanno gli spot elettorali, e devono farlo perché i media non si occuperanno delle differenze politiche tra i candidati. Anche la stampa vuole che la corsa riguardi Trump, il quale la asseconda quasi ogni giorno».

Il quotidiano di riferimento di tanti elettori “moderati” americani fa l’esempio della conferenza stampa di Trump in occasione della Festa del lavoro (Labor Day) di lunedì scorso. Il presidente avrebbe voluto incentrarla sui buoni numeri dell’occupazione registrati ad agosto, ma dopo un esordio efficace non ha potuto fare a meno di passare ai suoi argomenti preferiti: insulti agli avversari, lodi per sé, recriminazioni sul trattamento ricevuto, insomma il solito armamentario.

«Questa montagna di chiacchiere è divertente al suo modo trumpiano, ma il discorso economico è stato spazzato via come se fosse irrilevante: la stampa ne ha parlato a malapena. Gli elettori assistono a questa improvvisazione da tre anni. Una delle domande della campagna elettorale è se ci siano abbastanza indecisi che ancora stanno ad ascoltare».

Foto Ansa