«Dirigo l’associazione pro-eutanasia del Messico. Ma ora mi batto per le cure palliative»

«Per dieci anni non ho avuto dubbi. Poi è successo qualcosa». La svolta della filantropa messicana Amparo Espinosa Rugarcía. Dopo un master in Bioetica all’Università Cattolica, «ora so cos’è una morte dignitosa. E non equivale al suicidio assistito»

«Guido l’associazione per il diritto alla morte con dignità e quando ho iniziato, nel 2009, avevo le idee chiarissime su quale dovesse essere la mia missione: battermi a Città del Messico e in tutto il paese per la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio con assistenza medica. Non avevo alcun dubbio. Finché è successo qualcosa».

Per oltre dieci anni, Amparo Espinosa Rugarcía ha animato l’associazione per il diritto alla morte con dignità (DMD) in Messico. Celebre filantropa, un curriculum lungo una quaresima – scrittrice, presidente dell’Associazione Espinosa Rugarcía, vicedirettore dell’istituto messicano di psicoanalisi, direttore del centro Documentazione e studi sulle donne, direttore di Promecasa – la donna è considerata da Forbes una delle cento donne più potenti del Messico.

UN COLPO DI FULMINE PER L’UNIVERSITÀ CATTOLICA

Una donna impegnata a fondo con la società, le borse di studio, i diritti, in primis, appunto, quello a una morte dignitosa. Così a fondo da avere il coraggio di mettere in discussione tutto quello in cui aveva creduto nel momento in cui cominciò a confrontarsi con le testimonianze di quanti avevano accompagnato genitori, fratelli, nonni a morire, «accompagnare non è il termine giusto, diciamo che erano stati vicini a loro in quel momento. Tutte queste testimonianze avevano un solo comune denominatore: non c’era modo di togliere il dolore. Ho cominciato a chiedermi quindi se morire con dignità significasse davvero morire con l’eutanasia, se davvero non esistessero alternative».

Nonostante vanti già due lauree e un dottorato, la donna decide quindi di «mettermi in discussione eticamente», scopre che esiste un master in Bioetica all’Università Cattolica di Avila (UCAV) condiviso dall’Università CEU-San Pablo, chiede di essere ammessa per poter approfondire la sua formazione ed essere all’altezza di un’associazione che potesse avere un forte impatto sociale e politico nel suo paese». Fu un colpo di fulmine, «un flechazo», racconta Amparo Espinosa Rugarcía, il master un’esperienza «tempestiva e straordinaria, mi ha cambiato in modo radicale, in un’età in cui molte cose non cambiano più. Tu hai le tue idee prefissate, poi però ti imbatti in un’esperienza come quella del master e… sono cambiata molto». In un bel video pubblicato dal canale dell’ateneo la donna racconta come imbattersi in una nuova prospettiva sul significato della vita abbia stravolto la sua visione, consegnandole un approccio diverso alla morte che passa attraverso la difesa delle cure palliative.

«ORA SO COS’È UNA MORTE DIGNITOSA»

«Non c’era alcun riferimento alle cure palliative nelle storie in cui mi ero imbattuta, questo perché in Messico restano un tabù. La gente ha perfino paura di prendere tranquillanti temendo di diventarne dipendente, i medici hanno paura di prescriverli, rischiano la prigione». Di conseguenza ai sofferenti l’eutanasia non può che proporsi come panacea di tutti i mali, una fine letale delle sofferenze da cui Amparo Espinosa Rugarcía prende oggi le distanze: «Dopo aver finito il master ho molti nuovi modi di vedere cosa sia una morte dignitosa, il primo è che essa dal punto di vista medico non equivale all’eutanasia e non equivale al suicidio assistito».

Cambiata la prospettiva, cambiati gli obiettivi, «ora la mia priorità sarà quella di promuovere nel mio paese le cure palliative perché non esistono. In 7 stati su 32 non esistono nemmeno unità di cura dedicate». La donna è certa che sia questo lo spazio in cui medici e infermieri possono crescere per affrontare le malattie, uno spazio in cui devono trovare posto anche i familiari, «che non sanno che queste cure esistono, non sanno quindi come avvicinarsi a un familiare malato» in questo ambito. Secondo la donna, che ha presentato ad Avila una relazione su eutanasia e cure palliative, l’ultimo addio «può essere umano e caloroso se osiamo affrontare la morte, possiamo diventare più umani e avere davvero una vita e una morte dignitosa se possiamo accompagnare ed essere accompagnati al momento di morire senza dolore, abbracciati e abbracciare come lo siamo stati in vita».