«Daccò è provato, ma lucido. Simone è in condizioni peggiori, ma è battagliero»

Enrico Marcora, consigliere regionale dell’Udc, racconta la sua visita in carcere a Piero Daccò e Antonio Simone. «La carcerazione preventiva non deve essere uno strumento per piegare il detenuto».

«Simone è battagliero, Daccò sta interiorizzando». Sintetizza così Enrico Marcora, consigliere regionale Lombardia dell’Udc, la condizione dei detenuti Antonio Simone e Pierangelo Daccò, a cui ha fatto visita a distanza di due settimane. La recente visita a Pierangelo Daccò, detenuto nel carcere di Opera dal 15 novembre scorso, avviene all’indomani delle dichiarazioni di Alfonso Papa, che ha definito preoccupanti le condizioni fisiche e mentali dell’uomo. In questi giorni la decisione del gip Tutinelli se accogliere la richiesta della procura di allungare i termini di custodia cautelare.

Come ha trovato Pierangelo Daccò?
Ho scelto d’incontrarlo perché, in qualità di consigliere regionale, mi sembrava doveroso assicurarmi personalmente delle sue condizioni. L’ho visto molto provato per la sua condizione di detenuto ma ho trovato una persona nel pieno delle sue facoltà, in grado di ragionare, di riflettere e di discutere della sua condizione di detenuto da quasi 12 mesi. È calmo, riflessivo, riservato, credo che stia interiorizzando il periodo che sta vivendo.

Due settimane fa ha fatto visita anche ad Antonio Simone.
Simone, purtroppo, a differenza di Daccò, si trova all’interno del carcere di San Vittore, un carcere disumano per i detenuti e per gli agenti di polizia penitenziaria, la sua è una condizione oggettivamente più difficile. Però il suo spirito è battagliero: Simone ha il desiderio grandissimo di rivendicare le sue ragioni in modo fermo, a differenza di Daccò, che preferisce interiorizzare. Due caratteri diversi messi a confronto nella stessa difficile condizione.

Lei visita le carceri lombarde due volte al mese. Che idea ha della carcerazione preventiva?
Credo che la carcerazione preventiva sia una formula corretta fino a quando non diventa uno strumento per piegare il detenuto. Quando questo tipo di carcerazione si protrae per sei, sette mesi, allora perde tutta la sua correttezza. Non si può far ricadere il ritardo della giustizia sul detenuto, che ha tutto il diritto di conoscere quando verrà giudicato.