Da Madrid a Brescello. C’è chi sbianchetta il Crocifisso per marketing e chi a quell’Uomo si affida senza timore

Se i signori del calcio e della politica europea e nazionale perdono la testa dopo aver perso la fede, è ancora più urgente condividere come popolo che c’è sempre una Croce dalla quale trarre forza

logo-real-madrid-croce-islamImmagini dell’Europa di oggi. Madrid, fine novembre. I quotidiani sportivi As e Marca informano che il Real Madrid ha deciso di rimuovere la croce raffigurata nel simbolo del club, riportato da una carta di credito della Banca nazionale di Abu Dhabi, sponsor della squadra spagnola. La croce era lì dal 1902, da quando il glorioso Real è stato fondato; la scelta di toglierla sarebbe collegata al rispetto per la sensibilità dei musulmani. Quando a settembre il presidente del club madrileno Florentino Perez aveva firmato il contratto triennale con la Banca, definiva l’accordo una «alleanza strategica», e aggiungeva che «i nostri legami con gli Emirati Arabi Uniti sono in costante crescita. Questo accordo aiuterà il club a conquistare i cuori dei nostri tifosi negli Emirati Arabi Uniti».

Ora il cuore (islamico) ha la meglio sulla croce (cristiana). I tifosi spagnoli del Real hanno però sommerso di proteste i dirigenti della squadra: la fede calcistica non è esattamente la stessa cosa della fede nel Signore, ma con la croce non si scherza. Soprattutto in una Nazione che non ha perso memoria di quando – circa 80 anni fa – i Crocifissi venivano presi a fucilate e distrutti dai repubblicani, e chi li indossava (vescovi, sacerdoti e fedeli) era passato per le armi senza tanti complimenti. Né ha dimenticato quanti secoli sono stati necessari, da Roncisvalle in poi, per riportare la croce dove era la mezzaluna.

brescello-crocifisso-don-camillo-poBrescello (Reggio Emilia), fine novembre. Il Po minaccia di straripare, come già in altre zone della Bassa, e di distruggere quello che incontra. Don Evandro Gherardi, parroco del piccolo comune emiliano, prende il Crocifisso che sta sull’altare della Chiesa madre e con esso guida la processione fino ai margini del fiume. I media la presentano come una riedizione, 60 anni dopo, di un episodio di don Camillo e della sua fortunata trasposizione cinematografica: il paese è lo stesso del film, il Crocifisso anche. In realtà, è una grande e umile manifestazione di fede. La processione è uno dei momenti di «una giornata di preghiera (così si legge nell’avviso) per le vittime del maltempo in Italia; per chiedere a Dio di proteggerci dal pericolo di alluvioni; per chiedere a Dio di saper rispettare l’ambiente naturale, da Lui creato e a noi dato in consegna». La giornata inizia alle 6.30 in chiesa e termina la sera con la celebrazione della Messa. Nessuno protesta o lamenta indebite ingerenze, il sindaco è col parroco dietro al Crocifisso, il popolo partecipa a ogni fase dell’iniziativa, e perfino il Po capisce che non è il caso di insistere, e si ritira.

Noi da che parte siamo? Dalla parte di chi sbianchetta il Crocifisso per esigenze di marketing, o dalla parte di chi ricorre a quell’Uomo nelle difficoltà quotidiane, senza vergognarsi di riconoscergli il posto che ha? La risposta va data non solo dentro di noi – ed è certamente la più importante – ma anche fuori, in modo visibile: per vincere l’idiozia di non fare più il presepe nelle scuole o in altri luoghi pubblici in ossequio ad ansie multiculturali; per superare il timore di segnarsi con la croce prima di svolgere le attività più importanti; per dedicare la domenica alla cura di sé e alla propria relazione con Dio invece che alla cura del frigo e alla propria relazione con gli scaffali di un supermercato. E se i dirigenti calcistici, come i leader di non poche istituzioni, europee e nazionali, perdono la testa dopo aver perso la fede, è ancora più urgente condividere come popolo che c’è sempre una Croce dietro la quale ripararsi e dalla quale trarre forza.