Cronaca di una (quasi) crisi di Governo. Ma se il Pdl rompe, il Pd brinda

Ricostruzione di una giornata politica all’insegna della questione umorale (del Cavaliere). Domani altro incontro Alfano-Napolitano.

Ai tempi di Enrico Berlinguer la sinistra si arrovellava intorno alla questione morale. In quelli di Silvio Berlusconi, bisogna tenere d’occhio quella umorale. Perché nel precipitare degli eventi che hanno portato oggi ad una (quasi) crisi di governo, molto sono contate le reazioni del Cavaliere a quel che ieri sera ha letto sulle agenzie.
Nel pomeriggio di mercoledì il gran consiglio del Pdl tenutosi a Palazzo Grazioli si era concluso con un nulla di fatto. L’ex premier aveva ribadito la sua contrarietà alle primarie e al cambiamento della legge elettorale e la sua volontà di riscendere in campo. I colonnelli, d’intesa con Angelino Alfano, erano riusciti a prendere tempo: «Concordiamo i passi da fare e non spacchettiamo il partito», era stata la posizione della maggior parte del gruppo dirigente. Intesa trovata e messa a punto dell’accordo da trovarsi nella giornata di oggi. Ma dal vertice sono trapelati alcuni virgolettati scomodi, e nella serata il Cavaliere si è imbufalito leggendo alcune ricostruzioni sulle agenzie che lo dipingevano come capriccioso e perdente. Ricostruzioni fin troppo veritiere – osservano alcune fonti parlamentari – fatte trapelare ad arte da chi, fra i dirigenti, aveva l’intenzione di indebolire l’immagine del presidente.

Così – ed ecco l’elemento umorale della faccenda – Berlusconi ha preso tutti in contropiede. Prima con il comunicato con il quale ha sciolto gli indugi, poi diramando un ordine di scuderia ai propri gruppi parlamentari: «Niente fiducia al governo domani né alla Camera né al Senato, ci asteniamo». Il tanto paventato big-bang tra alfaniani ed ex-An da una parte e berluscones dall’altro si è rivelata una bolla di sapone. Tutti con il Cavaliere (fatta salva qualche sparuta mosca bianca). A cominciare da Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, che in qualità di capigruppo hanno spiegato come l’astensione della propria compagine non avrebbe riguardato solamente i singoli provvedimenti, bensì la politica complessiva del governo. È stata la piddina Anna Finocchiaro a pronunciare per prima la fatidica parola: «Se il Pdl si sfila dalla maggioranza si va verso la crisi. Monti salga al Quirinale».

Ma il passare delle ore ha fatto emergere come la situazione non abbia ancora raggiunto livelli di massimo allarme, pur essendo molto preoccupante. Gli azzurri rivendicano il proprio senso di responsabilità: «Se avessimo voluto far cadere il governo, l’avremmo fatto oggi», ha spiegato Alfano. Parole tattiche, ma che contengono un nocciolo di verità. Dopo che Berlusconi ha sciolto gli indugi, ha deciso di accelerare tempi e modi della trattativa con l’esecutivo su alcuni punti. A partire dalla data del voto, proseguendo per la legge elettorale (che il Cavaliere non sembra avere alcuna intenzione di voler cambiare) e arrivando al contenuto della legge di stabilità e del decreto sull’incandidabilità dei condannati in via definitiva.

L’ex premier ha alzato i toni e minacciato lo strappo. Ricevendo un bel due di picche dall’asse Quirinale-Palazzo Chigi. Che, in contatto febbrile durante il Cdm fiume di sei ore, hanno giocato di sponda. «Non c’è nessun pericolo per la tenuta del governo», ha fatto sapere Giorgio Napolitano in via informale durante l’incontro con una delegazione dell’Anci. «Proseguiamo nel nostro lavoro, aspettiamo le decisioni del Colle», ha seraficamente commentato Mario Monti.
Un Colle che aveva già deciso di non decidere. In assenza di un voto di sfiducia – è il ragionamento del Quirinale – si va avanti. Se vuole far cadere il governo, il Pdl dovrà assumersi l’onere di sfiduciarlo. Facendo così saltare la riforma elettorale, il decreto sulle incandidabilità ma, soprattutto, la legge di stabilità.
Prendersi la responsabilità di mandare il paese all’esercizio provvisorio non sarebbe di certo un buon viatico per l’imminente campagna elettorale.

Proprio per questo, raccontano alcune fonti del Nazareno, sotto sotto i più alti dirigenti del Partito democratico stanno facendo il tifo perché tra i tecnici e gli azzurri si consumi la rottura. Se non questa, al più tardi la prossima settimana. Un voto anticipato darebbe modo a Pier Luigi Bersani di capitalizzare al massimo il grande successo delle primarie. E gli consentirebbe di confrontarsi con un avversario ormai logoro, seguito da un partito sfilacciato, che verrebbe ritenuto responsabile da gran parte dell’opinione pubblica di aver fatto saltare provvedimenti che intercettano il sostegno popolare (incandidabilità e legge elettorale) e portato il paese sull’orlo del dissesto finanziario facendo mancare la fiducia alla legge di stabilità.

Il pallino rimane in mano a Berlusconi, che, per interposto Alfano, domani mattina alle 10.30 incontrerà il Presidente della repubblica per illustrargli le proprie istanze. Ma il rischio è che non sappia poi che farsene, camminando sull’orlo di una lose-lose situation dalla quale potrebbe trarsi d’impaccio solo con un altro, improvviso, colpo di mano. Tanto ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. O no?