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Cornuti e trumpati

giugno 26, 2017 Federico Leoni

Nazionalisti, globalisti, cuckservative, reformicon. La mappa delle correnti (e degli epiteti) che agitano da anni il gran mare repubblicano americano. L’uragano Donald non si è formato in un giorno

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dicono che nei suoi messaggi di testo Steve Bannon, lo stratega di Trump, faccia riferimento al direttore del National Economic Council Gary Cohn con un emoticon raffigurante il globo terracqueo. Magari a voi non sembra, ma vi assicuro che è un’offesa gravissima. Per i duri e puri della destra americana, come per l’appunto Bannon, meritare quel disegnino significa appartenere all’odiata casta dei globalist. Globalist è il sedicente conservatore che flirta con Wall Street, preferisce le metropoli ai grandi spazi dell’America rurale, frequenta le élite dominanti, gli intellettuali, i giornalisti, riconosce i benefici dell’immigrazione e del libero commercio e vorrebbe vedere gli Stati Uniti attivamente impegnati a livello internazionale. Un repubblicano solo a parole, secondo chi si autoproclama garante del credo destrorso. Prima di essere arruolato da Trump, Cohn ha lavorato per decenni alla Goldman Sachs e ha votato democratico fino al 2009: che altro bisogna aggiungere? Un vero globalist, o addirittura un cuckservative, che più o meno è la stessa roba.

Cuckservative è colui che per mollezza di costumi e mancanza di nerbo lascia che i nobili princìpi della destra si corrompano nel laido giaciglio del nemico democratico. La metafora nasce dal fatto che un cuckold, termine sbrigativamente traducibile con un italianissimo “cornuto”, non solo viene tradito dalla propria moglie, ma tollera o incoraggia l’adulterio. Secondo Bannon e seguaci anche Jared Kushner è un perfetto conservative cuckold: un cuckservative, appunto. Così come Cohn, il genero di Trump e suo ascoltassimo consigliere viene considerato un membro di spicco dei “newyorkesi”, la gang globalista che vorrebbe prendere le redini della Casa Bianca per tradire il patto stretto con i cittadini alle elezioni di novembre e riconsegnare il potere all’establishment. Destra contro destra, dunque, in una sfida che ricalca in concreto la battaglia ideale in corso da anni tra conservatori radicali e moderati.

La rivista American Affairs è nata di recente con l’obiettivo più o meno dichiarato di fornire un sostrato culturale al progetto dell’America trumpiana. Siamo abituati a candidati che modellano il proprio programma seguendo i dettami di un’ideologia, qui abbiamo ideologi che prendono le misure a un presidente già in carica per cucirgli addosso una teoria politica ad hoc. American Affairs rinnega gli eccessi di Breitbart, la creatura editoriale di Bannon, ma dice cose analoghe usando toni più sfumati: «Non sono pochi in America i conservatori che si considerano anche liberal. Una confusione incomprensibile. (…) È ormai chiaro che i princìpi del liberalismo progressista hanno contribuito poco o per nulla alla costruzione di quelle istituzioni che per secoli hanno rappresentato la pietra angolare dell’ordinamento politico angloamericano: il nazionalismo, la tradizione religiosa, la Bibbia come fonte di ispirazione politica e di saggezza, e la famiglia». Dannati globalist! Dannati cuckservative! Gli epiteti cambiano, ma lo scontro resta sempre acceso.

Le origini del Great Again
Nel 1955, quando William Buckley Jr. fondò quel laboratorio di idee conservatrici che è la National Review, James Burnham aveva già teorizzato l’avvento della “manager revolution”: presto il mondo sarebbe finito nelle mani di un’élite di burocrati, uniti nell’intreccio vampiresco di organizzazioni finanziarie transnazionali capaci di dominare il mondo. La soluzione che Burnham suggeriva ai conservatori era di rinunciare alle ricette iperliberiste per promuovere politiche più vicine ai desideri dei lavoratori. Non gli diedero retta, e all’apparenza fecero bene, visto il successo di Reagan e del suo programma alcuni anni dopo. Le teorie di Burnham passarono in secondo piano, ma non scomparvero. Alla metà degli anni Ottanta le riprese un obeso e occhialuto editorialista del Washington Times. Samuel Francis era goffo e aveva i denti ingialliti dalla nicotina: difficilmente sarebbe potuto diventare un ospite assiduo dei talk show televisivi. Le sue parole rimasero confinate in una cerchia relativamente ristretta, ma a leggerle oggi suonano come quelle di un profeta del trumpismo: l’establishment cosmopolita, secondo Francis, minacciava «moralità, religione, famiglia, comunità locali e nazionali, e anche l’identità e l’integrità razziale». I burocrati al governo, con i loro propositi riformatori, avevano rivolto la propria attenzione alle minoranze e la classe media si sentiva schiacciata e minacciata da ciò che era più in alto come da ciò che era più in basso.

Fosse vivo, probabilmente Francis apprezzerebbe Joe Arpaio, l’ottantacinquenne che prima di essere sconfitto alle ultime elezioni era considerato lo sceriffo più tosto d’America, per via dei modi quantomeno sbrigativi con cui trattava gli immigrati in ingresso nella contea di Maricopa, in Arizona. Francis, invece, dovette accontentarsi di Pat Buchanan, aspirante presidente che proponeva misure protezionistiche, regole più severe in tema di immigrazione, revisione degli accordi internazionali e una politica di interventi all’estero limitata ai casi in cui ci fossero da difendere interessi strettamente nazionali. America First, vi ricorda niente?

Chi considera il trumpismo un fenomeno completamente nuovo sbaglia di grosso. Nella sostanza le idee che hanno portato Trump alla Casa Bianca esistono da tempo, ma non sempre hanno incontrato le condizioni necessarie per conquistare un numero di elettori tale da portarle alla ribalta. Quello che serve, probabilmente, è un pizzico di paura. Paura e rabbia. Se le ricette di Francis sono discutibili, la sua analisi è decisamente valida, soprattutto quando punta i riflettori sulle ragioni di una classe dimenticata: lui e Buchanan si consideravano i difensori della così detta flyover country, l’America chiusa tra le due coste e trascurata dal mondo e dal paese, quella che tutti si limitano a sorvolare spostandosi dalla east coast di New York alla west coast di Los Angeles. L’America di mezzo somiglia tanto alla classe media di oggi, sfruttata dall’establishment, intimorita dall’immigrazione, impoverita da una globalizzazione mal governata. «Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia». Abbiamo scomodato Steinbeck, ma sarebbe bastato Samuel Francis. Il propellente della campagna di Trump è stato questo: una miscela di risentimento, nazionalismo grossolano e nostalgia fuori fuoco per un’America ormai perduta.

Quelli della risposta sbagliata
Ironia della sorte, i trumpisti condividono le loro analisi con una corrente di destra che approda a conclusioni ben diverse, quella dei reformicon. Per i reformicon Trump è la classica risposta sbagliata a una domanda giusta. David Frum ha confessato al New Yorker di attraversare questi mesi come se stesse vivendo una versione da incubo delle sue speranze riformatrici di stampo conservatore. I reformicon riconoscono che esiste un elettorato trascurato, ammettono che certi problemi, come quello della pressione migratoria, non andrebbero nascosti sotto il tappeto, ma avanzano proposte che puntano ad allargare la base elettorale a ispanici e millennial invece di fare leva sulla rabbia dei maschi bianchi di mezza età che hanno votato in massa per Trump.

E il partito repubblicano? Guarda e aspetta. Anche se nell’ombra dei corridoi c’è già chi pensa al dopo Trump, nella convinzione, o nella speranza, che il regno di Donald non sia destinato a durare a lungo. Il presidente in carica è decisamente imprevedibile: difficile dire cosa combinerà domani, figuriamoci nei prossimi anni. D’altra parte il conflitto che agita la destra statunitense, così come lo staff della Casa Bianca, si rispecchia anche nella figura del comandante in capo: un agguerrito outsider anti establishment, certo, ma anche un ricco businessman newyorkese. Globalist? Chissà. Ma per favore non chiamatelo cuckservative.

Foto Ansa

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