Inizia la Cop30 sul clima in Brasile. Idee perché non sia inutile come al solito
Mentre i politici si preparano a sbarcare a Belém, in Brasile, per il trentesimo vertice annuale dell’Onu sul clima, Bill Gates ha offerto un’osservazione tanto semplice quanto disarmante: incontri come la COP30 dovrebbero concentrarsi su ciò che davvero migliora la vita delle persone, non soltanto sulla riduzione delle emissioni o della temperatura. Un richiamo al buon senso — tanto evidente quanto, ormai, urgente.
Da anni sostengo che chi prende decisioni dovrebbe sempre chiedersi: qual è il modo più intelligente di fare il massimo bene con risorse limitate? Per miliardi di persone nei paesi poveri, affrontare problemi immediati come povertà e malattie è immensamente più importante che inseguire obiettivi climatici lontani nel tempo.
Il messaggio di Bill Gates e la Cop30 in Brasile
Nei paesi in via di sviluppo, i genitori non restano svegli la notte pensando a una riduzione di 0,1 °C in un secolo. Si preoccupano se i loro figli sopravviveranno alla malaria o riceveranno un’istruzione decente. Come sottolinea Gates, «i problemi più grandi restano la povertà e le malattie, come è sempre stato». Ogni anno, più di 7,5 milioni di persone nei paesi poveri muoiono per malattie che potrebbero essere facilmente prevenute o curate. Investimenti intelligenti in salute, nutrizione e istruzione potrebbero salvare ogni anno oltre 4 milioni di vite, favorendo al tempo stesso crescita e resilienza.
Il messaggio di buon senso di Gates segna il culmine di un cambiamento di mentalità sempre più diffuso. Per anni, qualunque deviazione dal dogma climatico è stata considerata intollerabile: tagliare le emissioni a qualunque costo era diventato l’unico obiettivo politico ammesso. Questo estremismo è stato ripetuto fino alla nausea dal segretario generale dell’ONU, da politici di ogni tipo e da un esercito di celebrità moraliste. Chiunque mettesse in dubbio la supremazia della minaccia climatica o l’efficacia di politiche tanto costose veniva etichettato come “negazionista”.
Il ritorno del pragmatismo
Oggi, finalmente, tornano il pragmatismo e il pensiero sfumato. Negli Stati Uniti, il senatore democratico Chris Coons ha ammesso che «il clima non è una delle tre priorità principali in questo momento». In Canada, il primo ministro liberale — che dieci anni fa avvertiva che la catastrofe climatica avrebbe reso “incombustibili” le riserve di combustibili fossili — ora accelera la costruzione di un terminal di esportazione di gas naturale liquefatto e promette di «trasformare il paese in una superpotenza energetica». Persino i governi britannico e tedesco, tradizionalmente “verdi”, parlano apertamente della necessità di introdurre un po’ di realismo economico nelle politiche ambientali.
È tempo di superare le narrazioni apocalittiche che dominano il dibattito sul clima. Il cambiamento climatico è un problema reale, ma non è la fine del mondo. Gli studi di economia del clima mostrano che, se non affrontato, potrebbe ridurre il Pil globale del 2-3 per cento entro il 2100 — il che significa che saremmo più ricchi del 435 per cento invece che del 450 per cento. Il clima è una questione tra le tante, non un’apocalisse che annulla tutto il resto.
I soliti vecchi argomenti degli attivisti
Eppure gli attivisti di sempre continuano a ripetere gli stessi vecchi argomenti. Il primo: che le spese per il clima non sottraggano risorse alla lotta contro la povertà. È la tesi del climatologo Michael Oppenheimer, secondo cui Gates costruirebbe una “falsa dicotomia”.
Ma chi vive nel mondo reale sa che il denaro non si può spendere due volte. Le stesse banche di sviluppo multilaterali — organizzazioni internazionali finanziate in gran parte dai contribuenti per aiutare i paesi più poveri — si vantano di aver destinato nel 2024 ben 137 miliardi di dollari ai finanziamenti per il clima. Sono soldi che non andranno a prevenire malattie e fame.
In totale, abbiamo speso oltre 14 trilioni di dollari in politiche climatiche; solo l’anno scorso la cifra ha superato i 2 trilioni. Anche questo è denaro che non potrà essere usato per l’istruzione di base o per l’assistenza sanitaria alle madri.
Il paternalismo di chi parla dei paesi in via di sviluppo
C’è poi la dichiarazione allarmista del climatologo Michael Mann, secondo cui «non esiste minaccia più grande per i paesi in via di sviluppo della crisi climatica». È un’affermazione paternalistica, che lascia intendere che gli attivisti occidentali nelle loro torri d’avorio sappiano meglio di chi vive nel Sud del mondo quali siano le sue priorità. In realtà, i cittadini di 39 paesi africani collocano il clima al trentunesimo posto tra 34 problemi elencati, ben dietro a istruzione, lavoro, salute e infrastrutture. Le sfide principali sono evidenti per chi vive nella povertà, dove fame e malattie mietono vittime ogni giorno.
In sostanza, gli ambientalisti radicali stanno dicendo ai poveri che la priorità non è più il cibo, la medicina o la via d’uscita dalla miseria, ma la riduzione delle emissioni. Bill Gates ribalta questa logica: concentriamoci su ciò che porta il maggior beneficio reale.
Parliamo di welfare
Un vertice sul clima incentrato sul welfare delle persone riconoscerebbe che promuovere la prosperità è già una delle migliori risposte al cambiamento climatico, perché rende le persone più resistenti. Come per ogni politica, anche per il clima bisogna puntare a ciò che produce il maggior impatto: smettere di ossessionarsi con la costosa e inefficiente “neutralità climatica” e investire di più nell’adattamento e nella ricerca per innovare davvero l’energia verde.
Nella città amazzonica di Belém, i jet privati delle élite climatiche del mondo stanno già atterrando per l’ennesimo vertice. È proprio lì, più che altrove, che sarebbe ora di dare finalmente spazio al buon senso.
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