Controcanto ai catastrofisti, gli atenei italiani sono fra i migliori al mondo

Intesa Sanpaolo e Italiadecide presentano una ricerca sulla reputazione delle nostre università a livello internazionale. E i risultati smentiscono i luoghi comuni propinati dai media

Quasi un ateneo italiano su due è tra i migliori mille al mondo: questo dovrebbe dire qualcosa alla narrazione collettiva fondata sul principio della catastrofe tanto in voga nel nostro paese. Per capirci: seppure non vanti posizioni tra le prime 100 università individuate dagli implacabili ranking QS e THE, il nostro paese posiziona un numero di atenei confrontabile con quelli di Francia, Germania e Cina già nei primi 500 posti, che diventa molto superiore nei primi 1.000. Normalizzando i dati dei ranking sul numero di università presenti in ogni paese (da noi 1,65 per ogni milione di abitanti, meno della metà rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e circa un terzo degli Stati Uniti) si scopre inoltre che l’Italia supera tutti, perfino la Gran Bretagna: oltre il 40 per cento delle nostre accademie (nelle misurazioni di THE) figura nella top 1.000 mondiale, mentre gli Stati Uniti ne hanno solo l’8 per cento.

LA REALTÀ BATTE LA RETORICA

Cosa penalizza quindi la reputazione all’estero delle università italiane? Come vengono riconosciute le eccellenze e lette le criticità del nostro sistema accademico? E soprattutto, come influisce tutto questo sulla spiccata tendenza all’autocritica distruttiva, tanto cara ai media nazionali che affrontando il capitolo “università” finiscono sempre per restituire sempre un quadro desolante, popolato di istituzioni mediocri, processi di selezione corrotti, studenti lasciati a loro stessi e continua mortificazione della cultura del merito?

Una ricerca, presentata il 19 novembre dal presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro e dal presidente onorario di italiadecide Luciano Violante ha risposto a queste domande, facendo luce sul contesto in cui l’operato della formazione terziaria deve essere analizzato. E i risultati sono sorprendenti e mal si conciliano con il sentire comune e la retorica sulla fuga dei cervelli che trovano successo solo all’estero.

MEGLIO DI FRANCIA E STATI UNITI

Facendo riferimento appunto ai ranking QS e THE, Domenico Asprone, Pietro Maffettone e Massimo Rubechi, curatori dello studio L’università. L’Italia e il valore della reputazione, hanno analizzato il numero di università presenti nelle prime 100, 200, 500 e 1.000 posizioni a livello globale (su circa 20 mila atenei nel mondo). E hanno dimostrato che quello italiano è un sistema fortemente resiliente alla scarsità endemica di fondi, dove la qualità media è elevata pur in assenza di picchi riconosciuti a livello internazionale, e dove l’operato dei ricercatori viene inficiato principalmente dalla mancanza di fondi e di supporto adeguato da parte della macchina amministrativa centrale e delle istituzioni a cui appartengono. Permangono sì, problemi endemici e strutturali (differenziazione territoriali, pratiche di reclutamento e carriera non sempre trasparenti, comunità accademica “anziana”, con oltre la metà dei docenti con più di 50 anni, e scarso ricambio generazionale), ma quasi il 50 per cento delle università italiane si colloca nel migliore 5 per cento dell’intero sistema universitario mondiale, dove invece Francia e Stato uniti piazzano meno del 10 per cento dei loro atenei.

REPUTAZIONE E COMPETITIVITÀ

In altre parole, scavando a fondo degli stessi dati utilizzati come prova provata della mediocrità del sistema, il quadro risulta molto più incoraggiante e capace di offrire più speranza che pessimismo al netto degli ultracitati problemi che affliggono il sistema. Da dove ripartire dunque? Innanzitutto dalla realtà e non dalla narrazione: l’eccellenza italiana esiste, ha i numeri per imporsi a livello sovranazionale ed emerge nonostante i parametri utilizzati dai principali ranking internazionali soffrano di problemi metodologici che la penalizzano – valutando cioè le singole università e non il sistema nel suo complesso.

«Per una banca la reputazione è tutto, sappiamo che sarà sempre più fondamentale in futuro e sappiamo, lavorando con oltre cento atenei, che la reputazione delle università sarà fondamentale per la competitività del paese – ha commentato Gros-Pietro -. Cosa definisce dunque una buona università?  La capacità di fare avanzare la conoscenza ma soprattutto la capacità di renderla disponibile e contribuire, grazie al capitale umano formato, a migliorare la società. Lo stesso obiettivo che ci proponiamo come banca d’impatto. Per questo offriamo agli studenti, che in Italia possono trovare opportunità di formazione addirittura più qualificata di tanti altri atenei, la possibilità di concentrarsi sullo studio grazie a un prestito a lungo termine senza garanzie: il potenziale di cui è dotata la nostra università deve diventare sempre più fattore in cui investire per la crescita del paese».

IL CAPITALE IMMATERIALE DEL XXI SECOLO

Ma per farlo bisogna avere innanzitutto stima nel paese «e fiducia nel suo futuro. La globalizzazione ha moltiplicato le relazioni e ha eletto la reputazione a capitale immateriale del XXI secolo» ha spiegato Violante. Che attaccando l’autodenigrazione distruttiva promossa dai media (così solerti nel dar notizia di tutte le acquisizioni di aziende italiane da parte di quelle estere e mai il contrario, nel rendicontare le storie di fuga dei cervelli e mai quelle di chi dall’estero torna in Italia) invita a diffondere i dati della ricerca che ha «dimostrato, con dati oggettivi, che la posizione dell’Italia in settori importanti come la giustizia civile, il turismo e ora l’alta formazione è migliore di quanto comunemente ritenuto e competitiva con quella dei principali paesi con cui ci confrontiamo. Noi non siamo vittime del ranking, ma della passività nei confronti del ranking. Se dobbiamo migliorare nella qualità delle politiche pubbliche e nella collaborazione tra queste e le imprese, i risultati dimostrano che, come paese, possiamo avere fiducia e stima in noi stessi e nel nostro futuro».

LETTURA POSITIVA E NUOVE POLITICHE

Ripartire dalla realtà, come antidoto al catastrofismo che certo che non incoraggia chi si affaccia al mondo universitario. Solo così sarà possibile rafforzare la qualità del sistema e la sua reputazione, incoraggiando una lettura positiva sia per trattenere i nostri studenti sia per renderlo più competitivo verso gli studenti (e i docenti) stranieri. E tradurre in atti le indicazioni evidenziate dalla ricerca per ripartire: politiche di reclutamento di docenti e studenti competitive, maggiore efficienza della macchina amministrativa per liberare risorse da destinare alla ricerca e alla didattica, internazionalizzazione, collaborazione con imprese private, anche al fine di far incontrare domanda e offerta di lavoro, reti tra atenei.

Foto Ansa