Come se la passano i tanti amici che a Milano lavorano nel non-profit?

Tutti a parlare di “nuove formazioni sociali”, ma chi pensa a quanti oggi s’impegnano con grandi sacrifici nel variegato mondo del terzo settore?

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Da tempo ci sentiamo ripetere che partiti e sindacati si vanno sfarinando, guidati dall’alto ed attraversati dalla crisi dei meccanismi di rappresentanza. La delegittimazione è sotto gli occhi di tutti, con rare eccezioni. Fra queste, ricordo un articolo sul Corriere della Sera di Giuseppe De Rita, dal titolo eloquente: “Non demonizzare i corpi intermedi”. Un grido di allarme per le sorti del cittadino, possibile orfano di due “formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità”, per dirla con le parole dell’articolo 2 della Costituzione. Ma come se la passano le altre formazioni sociali? Che futuro hanno associazioni, cooperative sociali, fondazioni e, in generale, il composito mondo definito “terzo settore”?  E soprattutto: come vive chi lavora coi ragazzi di strada, senzatetto, disabili, ecc. occupandosi di accoglienza, cura e recupero? Ne conosco molti che hanno perso il lavoro per la crisi: gli assistenti di ieri sono – o sperano di diventare! – gli assistiti di oggi. Ma assistiti da chi?

Penso a queste cose e ai tanti amici del non-profit, mentre bevo il caffè della prima colazione. Con l’altra mano, aziono il telecomando alla ricerca di un notiziario. Ad un certo punto, appare su La 7 l’immagine di Pierfrancesco Majorino, candidato alle primarie per il centrosinistra e aspirante sindaco del Comune di Milano. Oggi è assessore alle Politiche Sociali. Mi sembra la persona più adatta per chiarirmi le idee su stato e prospettive di cooperative e associazioni, ossia di quelle formazioni sociali che gestiscono a Milano la maggior parte dei servizi alle persone in condizioni di disagio. Poco più che quarantenne, e quindi abbastanza giovane per apparire nuovo (anche se è in politica da quando aveva quattordici anni); dai modi garbati, per piacere ai salotti progressisti. Ascolto attentamente, aspettando qualcosa in risposta ai miei interrogativi. Invece no: Majorino precisa che è d’accordo con la proposta di legge sulle unioni civili. Anzi, di più: fosse per lui, come d’altronde ho già sentito dire da Giuseppe Sala a Maria Latella su Sy Tg24, il più quotato dei candidati sindaci Pd, estenderebbe il matrimonio alle coppie omosessuali (Sala però l’aveva detto per primo alla Latella, e con la furbetta lisciatina di pelo ai Cinque Stelle: “Sì, voterei le unioni gay con il M5S”). Non siamo più nel Medioevo, ricorda con il suo solito fare educato. Mi viene spontaneo accostare l’immagine “distinta” di Majorino a quella, indistinta, di tanti operatori sociali che non arrivano alla fine del mese e di quelli delle comunità di accoglienza che hanno chiuso i battenti, a causa del blocco delle rette comunali che si protrae da dieci/quindici anni. Mi viene alla mente che qualcuno, col lavoro, ha perso la casa… E ho l’impressione che Majorino mi legga nel pensiero. Passa a parlare dei senzatetto e spiega che Milano è oggi in grado di affrontare l’emergenza freddo con un numero di posti letto superiore al passato. Senza parlare, poi, dei mezzanini della metropolitana. Ecco – penso – anche gli operatori sociali si possono accomodare. Nei dormitori pubblici c’è posto anche per loro e le loro compagne o compagni (secondo gli orientamenti sessuali). Del resto, esistono (e resistono) comunità per adolescenti senza genitori, per mamme sole con bambino, per tossicodipendenti, per malati di Aids, etc. Ma case di accoglienza per operatori sociali sfrattati non ce ne sono. Servizi che si occupino di chi nella vita si è occupato degli altri – e ora ha bisogno – non sono previsti.

E sì che era tutto prevedibile. Anche le Asl mantengono bloccate da dieci/quindici anni le rette per le comunità di recupero e cura. Le leggi statali per gli altri interventi di contrasto al disagio sociale hanno visto il taglio dei finanziamenti. L’assessore Majorino c’ha messo (o tolto) del suo: il Comune di Milano è capofila e regista dei progetti in favore di infanzia e adolescenza, per i quali l’assessore ha allargato la platea delle cooperative sociali operanti. Briciole per tutti. Maggiore equità o calcolo pre-elettorale?

Infine, bisogna tenere presente che i tagli non colpiscono nello stesso modo enti non-profit ed enti pubblici. Un esempio. Se una minorenne viene sorpresa a prostituirsi, il caso coinvolge la Polizia, il Tribunale per i Minorenni, la Asl, il Comune e la cooperativa sociale che provvede all’accoglienza e al recupero della ragazza. Tutti “posti fissi” – per dirla alla Checco Zalone – tranne gli operatori della cooperativa che, con l’aria che tira, rischiano il posto. O, se vogliono proprio salvarlo, devono accettare sempre maggiori sacrifici, regalare ore di lavoro straordinario, organizzare nel tempo libero vendite benefiche, cercare l’aiuto di volontari e benefattori.

In questo quadro, ci sono tuttavia in vista delle novità. È pur vero che partiti, sindacati e aggregazioni del mondo non-profit sono formazioni sociali in fase calante. Ma ce ne è una nuova all’orizzonte: l’unione gay. La proposta di legge Cirinnà la definisce “specifica formazione sociale”. E così si rientra felici (gay, appunto) nell’articolo 2 della nostra Costituzione.

E questa “specifica formazione sociale” sale alla ribalta con grande clamore mediatico, mentre le formazioni sociali del non-profit – non abbastanza “specifiche” – vedono la propria crisi passare sotto silenzio.

Vediamo allora di chiarirci le idee su questi particolari “corpi intermedi”, da sempre depositari di valori e passione umana, capaci di generare opere sociali laiche e cattoliche.

In occasione dell’ultima esondazione del Lambro, sono andato a visitare una casa per malati di Aids in Milano, gestita dalla cooperativa La Strada. Il Lambro aveva allagato la casa qualche giorno prima. Di notte, operatori e volontari avevano messo in salvo i malati, con l’aiuto delle autoambulanze per quelli allettati. Gli angeli del fango stavano ancora spalando melma e portando via arredi e carrozzine irrecuperabili. Erano tutti della cooperativa. “Chi pagherà?” chiedo ad un operatore. Il mio interlocutore sembra spiazzato dalla domanda. Poi, vedendo un amico portare via uno scatolone di pasta e fango, sembra riprendersi: “Dobbiamo telefonare subito al Banco Alimentare. Quelli, almeno, ci aiuteranno”.

Foto Ansa


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