Coccodrillo per una pavida classe politica

Prima sì, ora no. Da destra a sinistra, serie di giravolte sul referedum sul taglio dei parlamentari. Senza toccare il vero problema

L'aula della Camera dei deputati

Noi che siamo sempre stati ostinatamente contrari al mood giustizialista e anticasta, ora ci viene un po’ da ridere e a vedere le giravolte di quanti non sanno più che posizione assumere sul referendum del taglio dei parlamentari. Come si sarà notato, nelle ultime settimane sono aumentate le voci critiche a una sforbiciata dei seggi a Camera e Senato. Avvicinandosi la data della consultazione (20-21 settembre), è come se tanti si fossero svegliati. Svegliati tardi, verrebbe da dire. Molto tardi, verrebbe da chiosare. Con vent’anni di ritardo, verrebbe da infierire.

Su Repubblica un importante editoriale del direttore Maurizio Molinari ha schierato il giornale per il “No”. Lo ha fatto elencando argomenti sensati, sebbene per anni quello stesso quotidiano, sotto le direzioni Scalfari e Mauro, abbia martellato con meticolosa costanza contro la “Casta”, dipingendo la classe politica come – tutta! – cromosomicamente corrotta e volta al malaffare. È un “clima” che in Italia vige da oltre quattro lustri e che, colpo dopo colpo, ha portato al discredito un’intera classe dirigente, i partiti, i suoi rappresentanti. Lo scandalo, la gogna, lo sputtanamento dell’avversario e tanti saluti (delle assoluzioni che arrivano dieci anni dopo non si cura nessuno). Vent’anni di campagne mediatico-giustizialiste cosa ci hanno regalato? I cinquestelle.

Il “cancro della democrazia”

Il referendum sul taglio dei parlamentari è l’apogeo di questa storia iniziata con Mani pulite, proseguita con l’abbattimento dei partiti tradizionali in favore dei partiti personali poi, di volta in volta, smantellati ogni qual volta un leader osava alzare la testa sopra il pelo dell’acqua. È la nostra storia degli ultimi anni che ha coinvolto prima solo la destra, ma poi pian piano anche quella sinistra che, ottusamente, aveva pensato di poter trarre vantaggio dalla situazione rimanendo immune dalla foga della bestia giustizialista. Ma la bestia giustizialista non fa prigionieri.

Con buona lucidità l’ha capito Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, che in un’intervista al Riformista ha detto:

«Si potrebbe dire che raccogliamo quanto seminato nel corso di un paio di decenni a partire dalla denigrazione dei partiti, campagna condotta con una perseveranza ossessiva senza rendersi conto che in quella frenesia si annidavano guasti drammatici, il contrarsi della partecipazione e una selezione della classe politica disancorata da criteri di merito, competenza, moralità. C’è una statistica che aiuta a capire la deriva. Abbiamo impiegato trentadue anni, dalle elezioni del ’48 alle regionali del 1980, per scendere sotto la soglia del 90 per cento di votanti. Poi, dopo altri trentadue anni, alle regionali siciliane del 2012 abbiamo visto quella percentuale scendere sotto la metà ed è accaduto in una tornata dove il movimento grillino aggrediva i partiti battezzandoli il “cancro della democrazia”. Avere rimosso il legame tra il consenso agli istituti della partecipazione, il voto in primis, e la liquefazione delle culture politiche ci ha spinti dove siamo». 

Giravolte di sinistra, indecisioni di centrodestra

Adesso dunque fa un po’ ridere vedere tanti politici (non tutti, esistono anche lodevoli eccezioni) rincorrere all’ultimo minuto le “ragioni del no” dopo che per anni hanno lisciato per il verso giusto il pelo del lupo manettaro. Soprattutto è ridicolo vederli accampare giustificazioni contro il taglio senza andare al cuore della vicenda (il rancore sparso a piene mani per vent’anni da campagne elettorali e mass media), ma cercando di far leva su argomenti satellitari o di basso tornaconto politico.

Da questo punto di vista, il più sano ha la rogna. Ora Nicola Zingaretti, segretario di un partito che ha votato per tre volte “no” al taglio (perché era all’opposizione) e che adesso dice “sì” (perché è in maggioranza), chiede che “almeno” si presentino – a meno di un mese dal voto – le modifiche ai regolamenti parlamentari e si prepari una nuova legge elettorale. Un po’ tardi no? E il centrodestra non sta meglio: Lega e Fdi sono sempre stati per il sì, salvo accorgersi, ora, che il taglio è un pasticcio. E così Matteo Salvini fa trapelare sui giornali che lui è per il sì – altrimenti lo accuserebbero di incoerenza -, ma che non spingerà per far campagna elettorale, e la mente più lucida dei meloniani (Guido Crosetto) fa capire che un ripensamento sarebbe d’obbligo («Forse anche chi ha sostenuto la legge dovrebbe ripensarci con calma»). Forza Italia vince il premio della posizione più paradossale: sono tutti per il no eppure, a parte una seconda lettura in Senato, hanno sempre votato a favore e ora lasciano libertà di coscienza. Più tafazzi di così… Si contano sulle dita di una mano gli esponenti politici di quell’area che hanno capito per tempo che cosa ci fosse in ballo: Antonio Palmieri ha scritto una bella lettera al Foglio parlando di un referendum che è la «la tassa pagata al populismo gastrico pentastellato e al populismo elettorale anticasta del resto del centrodestra». E Maurizio Lupi che, con eroismo solitario, si oppose al taglio e votò sempre di conseguenza.

Non ci scandalizziamo di nulla, certo. Ma le giravolte del Pd e le indecisioni del centrodestra ci confermano in un giudizio che ormai maturiamo da tempo: la classe politica italiana è subalterna a quel sentimento anticasta che ha inopinatamente contribuito ad alimentare e di cui ora è prigioniera. A lei s’addice perfettamente l’aforisma di Churchill: ha continuato a dare da mangiare al coccodrillo sperando di essere mangiata per ultima.

Foto Ansa