Cina. «Nessuno può interferire sulle nomine del clero cinese»

I nuovi regolamenti sulle attività religiose degli stranieri in Cina minano alla radice l’accordo col Vaticano, rinnovato appena un mese fa

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Un mese fa il Vaticano e la Cina hanno rinnovato per altri due anni un accordo sulla nomina dei vescovi. Il testo è segreto ma secondo quanto fatto trapelare dalla Santa Sede esso conferisce per la prima volta l’ultima parola sulla scelta dei vescovi in terra cinese al Papa. I nuovi regolamenti pubblicati il 18 novembre dal ministero della Giustizia cinese sulle attività religiose degli stranieri in Cina gettano però molte ombre sulle reali intenzioni del governo guidato dal presidente Xi Jinping.

I NUOVI REGOLAMENTI

Fin dal suo avvento al potere, nel 1949, il Partito comunista ha considerato le religioni, in particolare il cristianesimo, come «uno strumento nelle mani di colonizzatori e imperialisti» per infiltrare e manipolare la Cina. I nuovi regolamenti, che a breve diventeranno legge, ribadiscono formalmente come di consueto «la libertà religiosa degli stranieri» ma introducono diversi impedimenti al suo esercizio. Nota la Cnn:

«In particolare, la bozza dei regolamenti include una lista di attività che gli stranieri non devono condurre in Cina, come “interferire o comandare gli affari dei gruppi religiosi in Cina”, raccomandare “pensieri religiosi estremisti”, usare la religione per condurre attività terroristiche e “interferire con la nomina o la gestione del clero cinese”».

IL RIFIUTO DI UNA CHIESA SCISMATICA

Quest’ultimo punto, in particolare, sembra riguardare in maniera specifica i cattolici che, a differenza di altre religioni, non sono mai riusciti a integrarsi pienamente nel sistema religioso ideato dal governo. È da 70 anni, infatti, che il Partito comunista cerca di gestire la religione cattolica (al pari di tutte le altre) attraverso un organizzazione ufficiale, l’Associazione patriottica, supervisionata dal potente Fronte unito. Il problema di fondo non è tanto l’idea che un regime ateo metta becco nella vita religiosa delle comunità, quanto la pretesa di rendere indipendente la Chiesa cinese staccandola dalla sua guida universale, il Papa, accusato di «imperialismo» al pari di qualunque altro elemento straniero. Per essersi rifiutati di aderire a una Chiesa di fatto scismatica, centinaia di fedeli e decine di vescovi sono stati uccisi, incarcerati e perseguitati negli ultimi decenni.

Non si può certo definire un segnale positivo che la Cina, un mese dopo aver firmato un accordo nel quale affida al Papa l’ultima parola sulla nomina dei vescovi nel paese, rediga una legge che reclama per sé quello stesso potere.

«I REGOLAMENTI COLPISCONO I CRISTIANI»

Rian Thum, profondo conoscitore della realtà islamica in Cina e docente presso l’Università di Nottingham, ha commentato così il testo:

«Sono rimasto sconvolto dal reiterato uso della frase “l’indipendenza religiosa cinese”, che mostra il desiderio nazionalista di purificare le religiose da “influenze straniere”. I regolamenti assomigliano a un tentativo di isolare i fedeli cinesi dai loro correligionari fuori dal paese».

Alkan Akad, ricercatore sulla Cina di Amnesty International, non ha dubbi su quali comunità saranno maggiormente colpite dai nuovi regolamenti: «Credo sia ragionevole affermare che colpisce soprattutto i cristiani, considerati come uno strumento di infiltrazione straniera fin dai tempi della Guerra dell’oppio».

L’OBIETTIVO È LA SINICIZZAZIONE DEL CATTOLICESIMO

I nuovi regolamenti sulle attività religiose degli stranieri costituiscono soltanto l’ultimo tassello della politica religiosa inaugurata da Xi Jinping nel 2015. Quell’anno, in un importante discorso a maggio, il presidente della Cina e segretario generale del Partito comunista disse che «le religioni devono sinicizzarsi, essere libere da ogni influenza straniera». Come spiegò a Tempi monsignor Savio Hon, ex segretario di Propaganda Fide, «sinicizzazione significa che i cattolici devono sottomettersi al Partito. La formazione dei preti e delle suore, la teologia, perfino la liturgia e le leggi ecclesiastiche devono seguire l’ideologia comunista».

Da allora, attraverso l’approvazione di regolamenti sempre più restrittivi, il governo ha impedito la partecipazione dei minori di 18 anni alla Messa e al catechismo, ha vietato ogni attività religiosa, dai rosari ai pellegrinaggi, che non abbia ricevuto previa ed esplicita autorizzazione dai governi locali, ha imposto a fedeli e sacerdoti di «aderire alla leadership del Partito e di diffondere i principi e le politiche del Partito, educando i fedeli a sostenerle», ha demolito croci e chiese giudicate «troppo vistose», ha comandato alle chiese di esporre la bandiera della Cina, di installare telecamere all’interno perché i funzionari locali possano verificare ciò che avviene durante le funzioni e, in alcuni casi, di affiggere sui muri l’immagine di Xi Jinping.

Se il governo continuerà a muoversi su questa strada, sarà sempre più difficile per il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, sostenere che «in Cina i cattolici non sono perseguitati».