«Ci odiano perché persistiamo nel volere esistere come cristiani»

Il discorso dell’arcivescovo di Erbil (Iraq) davanti ai vescovi anglicani: «Nell’ultimo anno, più di 125 mila cristiani sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi solo perché hanno scelto di rimanere cristiani»

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Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione del discorso che l’arcivescovo caldeo di Erbil, Bashar Warda (foto in basso a destra, qui l’intervista rilasciata all’inviato di Tempi Rodolfo Casadei), ha tenuto l’11 febbraio davanti al Sinodo generale dei vescovi anglicani a Londra.
 

Il cristianesimo in Iraq sta passando attraverso uno dei peggiori e più difficili periodi della sua lunga storia, che risale al primo secolo. In tutti questi lunghi secoli abbiamo subito tante difficoltà e persecuzioni, durante le quali abbiamo offerto moltissimi martiri.

Nell’ultimo anno, più di 125 mila cristiani sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi solo perché hanno scelto di rimanere cristiani rifiutando le condizioni imposte dall’Isis. Hanno dovuto abbandonare i loro villaggi di notte, nell’oscurità. Molti di loro hanno percorso il loro personale Calvario per lunghe ore, dopo essersi lasciati alle spalle tutto tranne i vestiti che avevano indosso. 

Oggi abbiamo famiglie che vivono completamente grazie alla carità degli altri. Meno di un anno fa, quelle stesse famiglie vivevano nelle loro case, sostenendosi da sole, con entrate sufficienti o abbondanti. In questi giorni, preghiamo nelle tende, perché abbiamo lasciato dietro di noi le nostre chiese antiche che raccontavano la storia di un cristianesimo fiorente, benedetto per secoli da forti fedeli volenterosi e da martiri.

Bashar WardaTroppe famiglie hanno perso fiducia nella loro patria. Questo non dovrebbero cogliere nessuno di sorpresa. La patria dei cristiani li ha respinti e cacciati. Loro hanno scelto di emigrare verso l’ignoto, sperando che potranno vivere in sicurezza. (…) Dire semplicemente che abbiamo un disperato bisogno di aiuto materiale e finanziario, per permettere alle nostre famiglie di restare e sopravvivere o di partire e sopravvivere, sarebbe un eufemismo. Il nostro bisogno è cronico in questa crisi.

Per la Chiesa caldea e per le nostre Chiese orientali sorelle la persecuzione che la nostra comunità sta patendo è doppiamente dura e dolorosa. Siamo personalmente colpiti dal fatto che la vita vibrante della nostra Chiesa si stia dissolvendo davanti ai nostri occhi. L’emigrazione imponente che è in atto rende la nostra Chiesa sempre più debole.

Questa è una realtà profondamente dolorosa. Noi che facciamo parte della gerarchia ecclesiastica siamo spesso tentati di incoraggiare i nostri parrocchiani a restare, a portare avanti la presenza di Cristo vivente in questa terra speciale. Ma davvero io e i miei fratelli sacerdoti e vescovi non possiamo fare niente di più se non consigliare ai giovani padri e madri di pensare a tutti i fattori e di pregare molto prima di prendere una decisione così pericolosa e importante.

La Chiesa non è in grado di offrire e garantire la sicurezza fondamentale di cui i suoi membri hanno bisogno per andare avanti. Non è un segreto per nessuno che l’odio verso le minoranze sia aumentato in certi quartieri negli ultimi anni. È difficile comprendere la radice di questo odio. Ci odiano perché noi persistiamo nel volere esistere come cristiani. In altre parole, siamo odiati perché persistiamo nel pretendere un diritto umano basilare.

Ci sono due cose che noi, come Chiesa, possiamo fare: la prima è pregare. La seconda è usare i nostri rapporti e i contatti che abbiamo, in quanto parte della Chiesa di Cristo, come un pulpito per far aumentare la consapevolezza di quanto la nostra sopravvivenza come popolo sia messa a rischio. Non ripeterò mai abbastanza forte che il nostro benessere, come comunità storica, non è più nelle nostre mani. Il futuro arriverà, in un modo o nell’altro, e noi vedremo quale tipo di aiuto (militare o umanitario) arriverà.