Chi salverà l’educazione da Boko Haram?

Il governo nigeriano costruisce le “mega schools” nei territori devastati dai terroristi. Ma insegnanti e bambini hanno paura di tornare in classe

Non si contano solo i morti, i sequestrati, gli sfollati, i feriti: in Nigeria un’altra grande vittima di Boko Haram è l’educazione. «Ci servono seimila insegnanti in più», è l’appello lanciato da Jibril Muhammed, presidente della Nigerian Union of Teachers a Maiduguri, capitale dello stato del Borno, «il governo sta costruendo scuole all’avanguardia ma i nostri insegnanti mancano di motivazione», ha detto ai media locali, spiegando cosa significa salvare l’educazione nel nord est della Nigeria.

QUARANTA “MEGA SCHOOLS”

Proprio qui, nei territori devastati da Boko Haram, stanno sorgendo le 40 “mega schools” promesse dal governo per provvedere all’educazione di 53 mila bambini resi orfani dagli jihadisti. Ma senza insegnanti le scuole servono a poco, «ne occorrerebbero almeno 5mila per le scuole elementari, altri mille per potenziare le scuole secondarie» ha aggiunto amaramente Muhammed. Che se da un lato elogia il governo per aver dato priorità all’istruzione, dall’altro lo accusa di non saper fare i conti con il significato che il terrorismo ha avuto per il corpo docenti in queste zone. Dal 2009, l’insurrezione del gruppo terroristico ha causato la morte di almeno 20 mila persone e ha costretto oltre 2,6 milioni di residenti dell’area del lago Ciad ad abbandonare le proprie case. I rapporti delle Nazioni Unite stimano che più di 3.500 bambini siano stati reclutati e utilizzati da gruppi armati tra il 2013 e il 2017. Molti altri sono stati rapiti, mutilati, violentati o uccisi. Quanto all’educazione, l’Onu stima che Boko Haram abbia rapito circa 1.000 studenti, ucciso oltre 2.000 insegnanti e distrutto più di 1.400 scuole. 

GLI ATTACCHI A CHIBOK E DAPCHI

Boko Haram letteralmente significa “l’educazione occidentale è peccato” e fin dal 2009 annovera tra i suoi primi obiettivi le scuole, colpevoli di insegnare altre materie oltre al Corano e di essere plagiate dai successori dei colonizzatori occidentali. Uccisi, rapiti, feriti, minacciati, migliaia di insegnanti, categoria tra le meno retribuite del settore pubblico, hanno lasciato il nord del paese, a centinaia rifiutano le proposte di lavoro in queste zone. Gli stessi bambini hanno paura di tornare in classe. Il rapimento di 276 studentesse nella scuola di Chibok, nell’aprile del 2014, o delle 110 scolare di Dapchi, nel febbraio del 2018, hanno rappresentato i momenti forse più drammatici degli attacchi dei miliziani ma non sono stati gli unici.

STUDENTI RAPITI E TRASFORMATI IN KAMIKAZE

Secondo le testimonianze degli insegnanti raccolte da numerosi report, sono tantissimi gli studenti che non hanno fatto ritorno a scuola dopo gli attacchi dei miliziani: «Quando la scuola è stata chiusa, tutte le ragazze, circa duemila, sono tornate a casa. Tra le 600 e le 700 erano pronte per l’esame finale: solo la metà hanno sostenuto le prove», sono le parole di Mustapha A., insegnante alla Government Girls Senior Science Secondary School di Konduga raccolte nel dossier della Global Coalition to protect education from attack. Chi tra le ragazze rapite è riuscita a scappare dall’impenetrabile foresta di Sambisa, roccaforte di Boko Haram, ha raccontato le condizioni di vita cui sono state sottoposte durante la prigionia: matrimoni forzati con i miliziani, conversioni forzate per le ragazze e le donne di fede cristiana, violenze, partecipazione alle missioni suicide dei terroristi: solo nel 2017 sono stati registrati 115 attacchi kamikaze commessi da minori, 77 di questi ad opera di bambine e ragazzine.

LA PRIGIONIA DI LEAH

È anche per la paura del reclutamento dei minori non scolarizzati in gruppi armati che il governo ha deciso di puntare tutto sull’istruzione, strutture all’avanguardia, dispositivi di e-learning, generatori di energia, fornitura gratuita di pasti e materiale didattico per gli alunni, una campagna di sensibilizzazione per riportare i bimbi a scuola. Una missione quasi impossibile senza l’aiuto degli insegnanti. Resta, sullo sfondo della più difficile delle battaglie per il governo nigeriano, lo sgomento della comunità internazionale per Leah Sharibu, la ragazzina che il 14 maggio scorso ha compiuto 16 anni nelle mani di Boko Haram: ne aveva solo 14 il pomeriggio del 19 febbraio 2018, quando gli jihadisti fecero irruzione nel college femminile di Dapchi.

Foto Ansa