Che meraviglia l’ultimo saluto di Ennio Morricone

Il necrologio che il maestro, morto ieri a 91 anni, si è scritto da solo è semplice, chiama tutti i suoi cari per nome e rivela una vita benedetta da una presenza nella semplicità del lavoro, della famiglia, degli amici e dei figli

ennio morricone

Che meraviglia! Di solito sentiamo una sorta di urto dentro ad essere d’accordo quando tutti sono d’accordo. Ci fa un po’ specie. Ma che meraviglia! Meraviglia per Ennio Morricone, intendo. E per quel suo ultimo saluto. Meraviglia per la semplicità di quel saluto, costruito nota dopo nota, accordo dopo accordo come le sue sinfonie più perfette. Ecco, nel suo saluto, i primi due suoi amici, quelli con un ricordo particolare, e poi ecco gli altri sei amici a riprendere il tema e ad allargarlo facendolo più ampio, e poi, come una cascata di note, ecco le sorelle, ricordate con amore, ed ecco i loro cari («quanto gli ho voluto bene»). E poi le note piene, intense, profonde del saluto ai figli, alla nuora, ai nipoti («quanto li ho amati»). Tutti chiamati per nome, uno ad uno.

E per ultima («ma non ultima») Maria, di cui non dice se sia amica, moglie, nipote, figlia o che altro, perché lei è Maria, cui deve, credo, tutta la musica della sua vita. E a lei, nel momento del suo ultimo addio, rinnova una sorta di patto eterno, una sorta di secondo sposalizio mentre esprime tutto il dispiacere di lasciarla. Come potrebbe accadere a ciascuno di noi, esattamente come potrebbe accadere a ciascuno di noi. In verità, adesso che abbiamo visto, come ci auguriamo che accada a ciascuno di noi. Noi non sappiamo perché avvenga, ma perché succede che il meravigliosamente semplice, il meravigliosamente famigliare si erge e si riempie di una pienezza infinita che non finisce mai di riempirsi? Forse che l’ideale della nostra vita è il trascorrere ricco e tormentato di vicende e imprese, e significati dichiarati, esibiti, ostentati, rubati e appropriati? O non la pienezza di una vita benedetta da una presenza nella semplicità del lavoro, della famiglia, degli amici e dei figli, come ha sempre insegnato, a chi abbia voluto intendere, la Bibbia? Domande. Domande di cui non desideriamo, in fondo, nemmeno una risposta. Domande da ascoltare.

Così non ci fa specie che tutti oggi celebrino quest’uomo. E nemmeno ci interessa. Facciano e dicano quel che vogliono e credano. Anzi ne siamo contenti. perché, intanto, noi siamo certi e a noi basta quel che abbiamo intuito, intravisto e sentito. Già una volta eravamo stati sfiorati dalla persona di Ennio Morricone quando, durante una sua visita al Meeting di Rimini aveva incocciato (quel ragazzo sapeva posizionarsi sui crocicchi dell’andirivieni e dello scorrere a ondate del popolo del Meeting) un giovane uomo, un po’ scapestrato, pittore e poeta maledetto. Un ragazzo, bisognoso, come tutti noi intendo, ma lui un po’ di più e, forse, proprio per questo, più capace e libero di porsi le domande vere e di ricercare, senza pudore, amore e affetto.

Ennio Morricone gli aveva comprati due quadri. Mille euro l’uno, credo. E quest’acquisto, l’acquisto del maestro, era diventato l’avvenimento della sua vita. Di cui raccontava e raccontava. Perché il maestro l’aveva tenuto in considerazione, aveva riconosciuto il suo valore. E gli scriveva. E gli telefonava. Più volte ascoltando il racconto di questo nostro giovane amico ci eravamo interrogati sul perché di quel gesto. E ci eravamo immaginati (con la tentazione di immaginare) che forse era il solito gesto senza peso di un uomo facoltoso, certamente gentile, ma che come era arrivato, così sarebbe trascorso, non impegnando, forse, nemmeno un briciolo della sua libertà d’uomo. Ma poi è arrivato quel suo ultimo saluto ad aprirci gli occhi, cuore e mente. E abbiamo capito.

E così, oggi, ci siamo svegliati ed ecco che quest’uomo, che se ne è andato senza voler disturbare, è entrato pian piano nella nostra vita, ed è una presenza accanto a noi.

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