Centrafrica, massacro di Alindao. Governo e Onu scappano, solo la Chiesa resta

Dopo l’attacco dei ribelli islamisti, 18 mila civili sono in fuga, senza sapere dove dormire. I caschi blu sono spariti e «la missione dei cattolici è stata distrutta», ci dice la responsabile dell’Onu. Solo il vescovo e tre sacerdoti rimangono con la gente

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Rimane poco della cattedrale di Alindao, città situata vicino al confine con il Congo, nel sud del Centrafrica. La chiesa è stata data alle fiamme dai ribelli ex Seleka dell’Upc il 15 novembre, quando hanno condotto un attacco in grande stile. Gli islamisti, oltre alla cattedrale, hanno assaltato anche il campo profughi della città, dove abitavano ormai da anni circa 26 mila sfollati. Poi hanno bruciato il presbiterio e il centro della Caritas. Nell’offensiva sono morti 42 cristiani, tra cui il vicario generale della diocesi, monsignor Blaise Mada, e don Celestine Ngoumbango, parroco di Mingala: i due nuovi martiri di una violenza che non sembra conoscere fine.

«18 MILA PERSONE IN FUGA»

«La situazione ora si è normalizzata ma la tensione è ancora molto alta», dichiara a tempi.it Karen Perrin, responsabile in Centrafrica dell’Ocha (ufficio dell’Onu per gli affari umanitari). «Almeno 18 mila persone, continua, sono scappate dal campo profughi attaccato, molte si sono rifugiate nella Savana. Noi stiamo cercando di raggiungerli, ma non è semplice. Stiamo inviando aiuti aggiuntivi, visto che molti di quelli già inviati sono stati saccheggiati dai ribelli. Queste persone hanno bisogno soprattutto di un tetto e medicinali».

Il campo profughi di Alindao, all’interno della concessione cattolica, era protetto dai caschi blu dell’Onu (Minusca), che però non hanno difeso la popolazione civile. «Sono scappati come successo tante altre volte in precedenza», spiega a tempi.it padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano nel Centrafrica dal 1992. «Ad Alindao c’era un contingente della Mauritania, che come quelli di Pakistan, Bangladesh e Marocco, non fanno mai prevenzione e quando c’è un pericolo, fuggono sempre».

La responsabile dell’Ocha non vuole commentare il comportamento dei soldati. «Non ero là, non ho i dettagli dell’evento, quindi non posso confermarle che le cose siano andate così», spiega Perrin. «Io posso dirle solo che la missione della Chiesa cattolica è stata distrutta e che gli sfollati stanno cercando un’altra sistemazione».

GOVERNO E ONU SCAPPANO, LA CHIESA RESTA

In città al momento sono rimasti il vescovo, monsignor Cyr-Nestor Yapaupa, e tre sacerdoti, che non hanno voluto abbandonare gli sfollati. Padre Gazzera non è stupito dalla violenza dell’attacco: «I ribelli hanno agito per vendicare la morte di un musulmano, sembra. Il problema è che tre quarti del paese sono in mano alle bande armate e né la Minusca, né il governo hanno intenzione di fare niente per disarmarli. Se c’era stata una diminuzione degli attacchi nell’ultimo periodo, credo, è solo perché la gente è stufa: fa la guerra dal 2013 ormai».

I gruppi armati agiscono indisturbati e anche le “iniziative di pace”, promosse da diversi organismi internazionali, «non ci aiutano. Si firmano accordi a Roma, in Sudan, dappertutto ma non c’è serietà: mancano infatti le condizioni e ai ribelli non si chiede niente, così che dopo essersi fatti pubblicità, tornano ad agire come prima». A Fides monsignor Juan Jose Aguirre Muños, vescovo di Bangassou, ha denunciato che «gruppi come l’Upc sono formati da mercenari stranieri. Sono pagati da alcuni Paesi del Golfo e guidati da alcuni Stati africani limitrofi. Alcuni paesi stranieri e non africani vogliono usare il Centrafrica come porta per entrare nella Repubblica Democratica del Congo e nel resto del continente, manipolando l’islam radicale. È questo il gioco che sta dietro alla strage di Alindao».

La stessa impressione ce l’ha anche il missionario carmelitano: «Ciad e Sudan hanno grossi interessi nel nostro paese e fomentano gli scontri. Ma ora c’è anche un gioco diplomatico tra Russia e Francia a complicare la situazione. Spero che questo attacco non fomenti gli animi in altre parti del paese. Ora i caschi blu faranno il solito comunicato, la solita solfa ma non cambierà niente, purtroppo».

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