Centrafrica, massacro di cristiani. «I soldati dell’Onu sono scappati»

Nella città di Alindao la cattedrale e il campo profughi sono stati assaliti da una milizia islamista. Quarantadue i morti in tutti, tra cui due sacerdoti

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tratto dall’Osservatore Romano – Quarantadue persone sono state uccise giovedì ad Alindao, nella Repubblica Centrafricana, negli scontri tra gruppi armati, proprio qualche ora prima dell’inizio alle Nazioni Unite della discussione sul rinnovo della missione di pace presente nel paese dal 2014. L’attacco sarebbe stato compiuto dalle forze ribelli a maggioranza musulmana appartenenti al gruppo Unione per la pace in Centrafrica (Upc) in risposta all’uccisione di un musulmano da parte delle milizie rivali cristiane anti-balaka, avvenuta il 14 novembre. Ma come spesso accade in questi scontri, le vittime sono soprattutto civili.

I ribelli ex Seleka dell’Upc, agli ordini del generale Ali Darassa, di etnia peul, hanno assalito la cattedrale cattolica di Alindao e il vicino campo di rifugiati. «Dopo aver saccheggiato e incendiato la cattedrale i ribelli si sono diretti verso il campo di rifugiati dove hanno ucciso almeno 42 persone», ha riferito all’agenzia Fides Amos Boubas, un sacerdote centrafricano che studia a Roma e che è in contatto con i suoi confratelli nella Repubblica Centrafricana.

Tra le vittime dell’attacco, c’è il vicario generale della diocesi di Alindao, Blaise Mada, che è stato sepolto venerdì, e un altro sacerdote Célestin Ngoumbango, parroco di Mingala, il cui corpo è stato ritrovato sabato bruciato. I due sacerdoti sono stati uccisi da colpi sparati durante l’assalto alla cattedrale dove si erano rifugiati insieme ad altre persone.

La città di Alindao è stata per molto tempo la base del gruppo armato Upc, controllato dal generale Al Darassa, uno dei gruppi più importanti dell’ex coalizione Seleka che aveva rovesciato il regime di François Bozizé nel 2013. In quel periodo la Seleka aveva marciato verso Bangui, e le milizie anti-balaka avevano risposto all’offensiva. Da quel momento la Repubblica Centrafricana è controllata in gran parte da gruppi armati ed è al centro di violenti scontri. Gli attacchi sono molto frequenti soprattutto ad Alindao, nodo strategico al centro del paese perché situata sulla strada che porta a sud-est.

Già a inizio settembre l’Onu aveva lanciato l’allarme sulla situazione umanitaria della città, definita «disastrosa» e «sotto il controllo di gruppi armati che rendono impossibile l’azione delle autorità locali». In Repubblica Centrafricana almeno un quarto della popolazione ha abbandonato le proprie case a causa delle violenze.

E come detto, giovedì scorso il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha esaminato l’eventualità di un rinnovo della missione di pace Minusca presente nella Repubblica Centrafricana dal 2014 e aspramente criticata per la mancanza di risultati nel far fronte alle violenze. Il risultato della consultazione è stata la decisione di prorogare di un mese la presenza dei caschi blu nel paese. D’altronde, per quanto riguarda l’episodio di violenza di giovedì, Boubas ha indicato che «i caschi Blu della Minusca non hanno difeso la popolazione dai ribelli che hanno commesso l’assalto ad Alindao». All’arrivo dei guerriglieri i militari «si sono ritirati nella loro base lasciando la popolazione al suo destino di morte e distruzione». «Penso che dietro a questo grave fatto di sangue vi siano motivazioni di carattere politico nel momento in cui la Francia ha presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione per prolungare di un altro anno il mandato della Minusca» ha aggiunto il sacerdote centrafricano.

Va ricordato che il progetto di risoluzione presentato dalla Francia alle Nazioni Unite, in cui vengono anche evidenziati i recenti tentativi russi di organizzare accordi di pace in parallelo all’azione dell’Unione africana, che secondo Parigi è il solo «quadro possibile per raggiungere una soluzione», esprime bene il disaccordo crescente tra Russia e Francia sulla questione centrafricana.

Mosca ha replicato che Parigi «deve lasciar da parte i suoi interessi personali» nel paese africano, ex colonia della Francia, che vi è presente militarmente anche dopo l’indipendenza nel 1960. Come detto, il Cremlino, in piena “offensiva diplomatica” in questo paese da inizio 2018, ha allacciato durante l’estate una mediazione tra gruppi armati, parallela a quella dell’Unione africana, con una riunione a fine agosto a Khartoum in Sudan.

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