Cattarina: «La legge delle Marche sulla cannabis è irresponsabile. Perché non aiutano le comunità di recupero?»

Intervista a Silvio Cattarina, fondatore della comunità di recupero “L’Imprevisto”, dopo il sì della Regione all’uso terapeutico della cannabis. «Così passa l’idea che non fa male»

Il 15 gennaio di quest’anno il Consiglio Regionale delle Marche ha approvato la proposta di legge riguardo all’uso terapeutico dei cannabinoidi. Di qui «l’introduzione dell’idea che la cannabis ed i cannabinoidi siano farmaci essenziali per il trattamento di alcuni disturbi e patologie (obiettivo dichiarato della proposta)», ha sottolineato ieri Josè Berdini, responsabile delle Comunità terapeutiche Pars, con sede a Civitanova nelle Marche.

UNA DECISIONE PERICOLOSA. Come Berdini la pensa anche Silvio Cattarina, psicologo e sociologo, fondatore e presidente della comunità di recupero “L’Imprevisto” con sede a Pesaro. Cattarina spiega a tempi.it «che si poteva evitare quello che mi sembra un provvedimento ad effetto sull’opinione pubblica, che non tiene conto di conseguenze pesanti. Credo ci siano altre strade per le cure palliative. Un modo tale di legiferare sarebbe irresponsabile. E poi se la preoccupazione fosse davvero quella di aiutare il sistema sanitario, perché non si prendono provvedimenti per sostenere le comunità terapeutiche?». Ma a preoccupare di più Cattarina è l’effetto sull’opinione pubblica e soprattutto sui giovani: «Così passa l’idea che sostanze come i cannabinoidi e la cannabis possono girare liberamente come non fossero poi tanto pericolose».

«TUTTI SEDANO NOI SPALANCHIAMO». Perché davanti al disagio non bisogna agire calmandolo o rimuovendolo? «Il malessere e il disagio sono segni della voglia di vivere e del desiderio di felicità a cui non si trova risposta. Il punto non sta quindi nel sedare o calmare i ragazzi. Questo è allarmante». Cattarina, infatti, usa il metodo inverso per curare le centinaia di ragazzi passati dalla sua comunità: «Bisogna fare in modo che capiscano che la loro domanda non è una fregatura, ma segno di qualcuno che li vuole al mondo per un grande compito. Perciò non chiudo né anestetizzo la domanda per calmarli, ma li aiuto a spalancarla fino in fondo, spronandoli a cercare una risposta. Perché scoprano che questo è il bello, l’avventura continua della vita. La patologia nasce infatti dalla fuga che non fa che aggravarla». Solo che senza qualcuno che ce lo fa capire, affrontare una domanda infinita spaventa. E infatti, «c’è bisogno di adulti, di testimoni che continuino ad indicare la strada e che la percorrano insieme a noi».