«La casta dei giudici viola le prerogative della politica»

Di Carlo Marsonet
26 Novembre 2025
Si è andata a creare una situazione per cui un potere, sulla base delle proprie errate percezioni, impone a tutti «quel che ritiene sia "buono"». Intervista al filosofo della politica Raimondo Cubeddu
Il presidente dell'Associazione nazionale Magistrati (Anm), Cesare Parodi, con dietro una foto del ministro della Giustizia Carlo Nordio durante la trasmissione televisiva Porta a Porta in onda su Rai Uno, Roma 20 novembre 2025
Il presidente dell'Anm, Cesare Parodi, con dietro una foto del ministro della Giustizia Carlo Nordio durante una puntata di "Porta a Porta", Roma 20 novembre 2025 (Ansa)

Nel momento in cui viene approvato il disegno di legge costituzionale per la riforma della giustizia e sembra, a detta della sinistra, che l’Italia manifesti una pulsione autoritaria, esce un libro importante e provocatorio allo stesso tempo: I signori del diritto. Il potere più irresponsabile, scritto dal filosofo della politica Raimondo Cubeddu e dal professore di Diritto comparato Pier Giuseppe Monateri, con prefazione del già giudice della Corte Costituzionale Nicolò Zanon.

Pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, e recentemente presentato a Milano, il volume si focalizza essenzialmente sul delicato rapporto, sempre meno equilibrato nella contemporaneità, tra politica, diritto e giurisdizione. Nella prefazione Zanon ricorda un punto centrale: l’indipendenza del giudice, sacrosanta in un sistema liberal-democratico, deve essere anche indipendenza da se stesso, ovvero capacità di liberarsi, quando deve giungere a soluzioni, dalle proprie preferenze ideologiche personali. Monateri, dal canto suo, rincara la dose, affermando come quella dei giuristi sia diventata una vera e propria casta: «Una forza senza responsabilità» che si è fatta così assoluta. Cubeddu, poi, evidenzia un altro aspetto problematico: quello, cioè, della progressiva giuridicizzazione della politica (ma vale anche il contrario). Ne parliamo proprio con quest’ultimo.

Professor Cubeddu, quali sono le ragioni che vi hanno spinto a scrivere questo libro? 

Le ragioni sono molteplici. La più importante, per un professore di filosofia politica, coincide con una serie di domande che mi ponevo da tempo: possono, nell’ambito del medesimo Stato, convivere due fonti normative diverse e sempre più spesso contrapposte, come ormai lo sono la legislazione e il potere governativo, da una parte, e il ceto dei giuristi dall’altra?; come si è giunti, e non soltanto in Italia, a questa situazione?; quali ne sono le conseguenze per il mantenimento delle istituzioni liberal-democratiche? Nel mio contributo mi soffermo sul fatto che questa situazione, per certi versi inedita e che riduce la “sovranità della politica” che era la caratteristica della modernità, si associa agli effetti di un’innovazione tecnologica continua ponendo sempre nuove esigenze di regolarne le conseguenze. Conseguenze alle quali la politica non riesca a rispondere tempestivamente.

Venendo al suo saggio, che cos’è per lei il diritto? Può esistere qualcosa come un diritto “autentico”? Cosa è diventato oggi? 

Il diritto serve per cercare di ridurre l’incertezza che caratterizza la condizione umana. Quindi il “diritto autentico” non esiste. Si tratta di una creatura mitologica che si ritiene si possa scoprire e che, se scoperta, porterebbe, sia nei rapporti di scambio, sia in quelli politici, alla realizzazione della giustizia e alla riduzione dell’incertezza. Ma si dimentica che chi lo scopre pretende anche di esserne interprete e custode. Ed è ciò a cui stiamo assistendo: una casta di giuristi che se ne fa interprete e che in questo modo viola tendenzialmente le prerogative della politica. Io non sono un entusiasta della politica e meno ancora delle scelte collettive e della produzione legislativa del diritto. E tuttavia, di fronte alla situazione che si è creata, sono costretto ad ammettere che una loro produzione legislativa sia preferibile a quella giurisprudenziale e che, se di scelte collettive proprio non si può fare a meno, è meglio che le facciano dei politici eletti e non dei giuristi politicamente irresponsabili.

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Concorda con l’affermazione di Monateri secondo il quale i giuristi hanno perso del tutto una certa “sobrietà” nel loro agire? Quali sono, secondo lei, i rimedi, se vi sono, a un processo in parte anche sostenuto dalla politica? 

I rimedi sono molto difficili da immaginare anche perché siamo di fronte a una situazione che riguarda l’intero Occidente e che è solo parzialmente determinata – come giustamente scrive Monateri – dalla perdita di sobrietà da parte dei giudici. Infatti, molto, come ho detto, è da attribuire alla credenza che il diritto e la giustizia siano antecedenti agli scambi e alla società. Diventa ovvio che chi ritiene di aver fatto tale scoperta sia soggetto a perdite di “sobrietà” che si rafforzano di fronte all’insipienza della classe politica e al fatto che essa non riesca a fronteggiare e a regolare le ricadute sociali delle innovazioni tecnologiche. I politici, velleitariamente, spesso dichiarano di voler “governare” tale situazione ma per farlo non possono fare a meno di una sua regolamentazione giuridica sostanzialmente gestita, o smontata, da un ceto di giuristi che in merito può avere idee diverse. La situazione, lo ribadisco, non può essere imputata soltanto all’arroganza dei giudici e dei giuristi e a quanti hanno trasformato le costituzioni in trattati di filosofia politica normativa dei quali si sono anche dichiarati i “veri interpreti”.

Nella parte conclusiva del suo scritto – che comprende un’appendice che affronta brevemente i temi della giustizia, del diritto e del potere nel pensiero di David Hume, Carl Menger, Friedrich von Hayek e Bruno Leoni – lei scrive che non va dimenticato che «il legislatore “giusto” è peggiore di quello “forte” e che il peggiore di tutti è “il giusto” che usa la forza per imporre i propri ideali». Ce ne può spiegare il significato? 

Vorrei sottolineare che, nella triste situazione che si è creata, anche il liberalismo ha le sue responsabilità. Le sottolineo e delineo anche la ripresa di una diversa tradizione liberale che indico in Hume, Menger, Hayek e Leoni. Anche se non ne nascondo i limiti. Quel che intendevo dire è che la cosa peggiore che si possa immaginare in società così complesse e differenziate da innumerevoli punti di vista come sono le nostre, è che una delle loro componenti – una casta dei giuristi non eletta da nessuno – si attribuisca il potere di imporre con la forza a tutti quello che, sulla base dei propri bias, ritiene sia “buono”. Di realizzare in questo modo l’idea di giustizia. Quel che ho voluto fare è, allora, lanciare un piccolo sasso nel mondo della filosofia del diritto cercando di mettere in luce le conseguenze della plurisecolare credenza che il diritto esiste indipendentemente dagli uomini e che possa essere scoperto.

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Dal suo contributo, così come da quello di Zanon e Monateri, sembrerebbe emergere una conclusione piuttosto disincantata: che serve più politica e meno diritto. Dati i tempi odierni, è davvero così anche e soprattutto per un liberale? 

Duole, e molto, ammetterlo, ma è proprio così. Mai prima d’ora, dei sinceri liberali si sarebbero immaginati di dover difendere le prerogative della politica di fronte all’invadenza di giudici e di giuristi. Ma in un mondo che è radicalmente cambiato rispetto a quello delineato dai liberali del XX secolo, e in cui è evidente il fallimento dei loro tentativi di contenere l’espansione del potere governativo tramite costituzioni, è altresì evidente l’ingenuità di delegarne l’interpretazione a un ceto di personaggi non eletti e politicamente irresponsabili. Come se non bastasse, a dare un’idea dello sconforto di quei liberali, aggiungo che non credo che in un mondo in cui alla politica rimane soltanto il compito (che svolge anche male) di realizzare, tramite strumenti tecnologici che non produce e che non controlla, le aspettative individuali e sociali che si formano in maniera indipendente dalla sua “sovranità”, la soluzione sia quella di restituire più potere alla politica. Si tratta di rivedere quella cultura filosofica, giuridica e politica, che ha dato vita a quella tradizione della modernità occidentale che oggi è diventata inintenzionalmente vittima dei propri passati successi. Ma ci vorrebbe un “filosofo politico”, non uno studioso di scienze sociali!

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