Perché votare sì al referendum sulla giustizia

Di Emanuele Boffi
13 Novembre 2025
Non rimane che accettare la soluzione approvata dal Parlamento, quale primo inizio di un cambiamento necessario per poter ripristinare l'equilibrio tra i poteri. Ma le carriere di magistrati e giornalisti, quando le separiamo?
Magistrati in toga

Nella lettera dell’11 marzo 1993 alla Fraternità di Comunione e Liberazione don Luigi Giussani formulò un giudizio molto duro su Tangentopoli: «Di fronte al dissesto totale del nostro paese non possiamo non essere provocati ad un giudizio: un’azione che per punire colpevoli distrugge un popolo, come coscienza unitaria e come raggiunto benessere, ha almeno nella sua modalità di attuazione qualcosa di ingiusto». Per tentare un giudizio comune su un tema che porterà alla decisione da assumere con il referendum costituzionale sulla riforma Nordio (separazione delle carriere), mi permetto di svolgere ancora una volta una breve riflessione. Credo che sia ormai un dato storico che la rottura dell’equilibrio tra i poteri dello stato derivi dagli effetti prodotti nel 1992 dall’inchiesta chiamata Tangentopoli ed in particolare alla modifica dell’articolo 68 della Costituzione ed alla tutela data alla politica rispetto alla magistratura. Ma ancor di più, da tale momento è derivato un continuo discredito nei confronti del sistema, voluto dalla Costituzione, della mediazione data dai partiti. Basti pensare alla progressiva demonizzazione di detto strumento di partecipazione, al diffondere l’idea che la politica è una cosa sporca e quindi ad allontanare la gente dalla partecipazione anche solo con il voto (perché allora lamentarsi del progressivo astensionismo). Pur condividendo le preoccupazioni espresse da Guido Piffer sulla riforma Nordio mi ero permesso d’intervenire sul suo, anzi nostro (da sempre abbonato) giornale. Mi ero permesso di avanzare un’ipotesi di lavoro diverso, che recuperasse i principi della Costituzione, per porre rimedio all’ingiustizia generata  dagli effetti del 1992. Ora non rimane che accettare la soluzione approvata dal Parlamento, quale primo inizio di un cambiamento necessario per poter ripristinare quell’iniziale equilibrio tra i poteri. Quindi il referendum  potrebbe diventare un’occasione di inizio di un percorso di cambiamento dei rapporti nel nostro paese e nelle sue istituzioni, nella speranza che si possa continuare a testimoniare che “la coscienza unitaria” di un popolo possa continuare ad essere riconosciuta  ed aiutata a proseguire in un cammino di libertà. Ecco perché, sia pure con timore e tremore, voterò a favore della riforma Nordio.
Giuseppe Gibilisco

Caro Giuseppe, grazie. Come vedi anche da quel che abbiamo scritto in questi giorni, concordiamo sul tuo giudizio. A questo proposito abbiamo segnalato sul nostro sito i pareri autorevoli di Sabino Cassese, Marcello Pera, Claudio Galoppi, Alfredo Mantovano, Augusto Barbera e del politologo Giovanni Orsina che, secondo noi, aiutano a capire bene la questione. Resta solo un’ultima cosa da aggiungere (è un tasto su cui noi battiamo da trent’anni): la vera separazione che andrebbe fatta è quella tra le carriere di certi magistrati e certi giornalisti. Questo è un aspetto che rimane ancora aperto e che la riforma, ahimè, non risolverà.

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Curioso, vero? A New York un sindaco “socialista” diventa una notizia da prima pagina. In Spagna, Pedro Sánchez è il “socialista” che resiste, l’esempio social da rilanciare. Tutti pronti a usare la parola con orgoglio ma solo quando si parla dell’estero. Appena torniamo in Italia, però, la parola “socialista” si fa improvvisamente pesante. Diventa scomoda, per alcuni imbarazzante, quasi da pronunciare sottovoce, come se evocasse chissà quali colpe. E la cosa più surreale è che c’è persino chi in Europa si definisce socialista con fierezza, ma una volta varcato il confine italiano cambia etichetta, come se qui il termine fosse fuori moda o, peggio, contagioso. Eppure una forza che non ha mai rinunciato al proprio nome e alla propria storia c’è: il Partito Socialista Italiano, oggi Avanti Psi. Una comunità tenuta insieme dalla tradizione, un po’ ammaccata ma viva, dai valori, dalla tenacia di uno che ha fatto la gavetta vera e smette mai di lavorare: Enzo Maraio. Forse il vero scandalo non è essere socialisti, ma non avere il coraggio di dirlo, di fare i conti con la storia. Forse è arrivato il momento di passare dalla moda alla sostanza, dalle tendenze social al progetto. Il futuro non è nei like ma nelle idee che diventano percorsi. E sulla parola ‘socialista’, abusata, strumentalizzata, è il tempo di fare ragionamenti veri.
Gaetano Amatruda

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Gentile direttore, si è spenta all’età di 87 anni Claudia Cardinale, una delle attrici più amate del cinema italiano. È accaduto a Nemours vicino Parigi dove viveva, circondata dai suoi figli. Claudia Cardinale fece un’importante scelta di vita, quella di portare avanti una gravidanza frutto di uno violenza sessuale quando l’attrice era appena sedicenne. Un’esperienza che la segnò: «È stato terribile, ma la cosa più bella è che da quella violenza nacque il mio meraviglioso Patrick», ha ripetuto in più occasioni. Quando scoprì di essere incinta, ha raccontato in diverse interviste, non pensò minimamente di liberarsi del bambino. Persino il suo violentatore si fece avanti pretendendo da lei la scelta dell’aborto: «Neanche per un attimo pensai a disfarmi della mia creatura! Ne parlai con i miei meravigliosi genitori e con mia sorella Blanche e tutti insieme decidemmo che il mio bambino sarebbe cresciuto in famiglia, come un fratello minore». Per evitare scandali la donna partorì a Londra e decise di chiamare suo figlio come il nome della chiesa in cui fu battezzato. “La mia creatura” è la definizione con la quale Claudia Cardinale ha guardato il bambino innocente.
Gabriele Soliani

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