Cambiamo la Costituzione vecchia come il cucco. Scomponiamo e ricomponiamo l’Italia

Si può ripartire da un patto federativo che abolisca lo scempio di uno Stato centralista fallito e faccia rinascere il paese in forma e sostanza di autonomia e di responsabilità

Forse gli italiani cominciano a percepire che sono stati vittime di una gigantesca truffa. La truffa dell’eliminazione della politica per via giudiziaria. Truffa realizzata con begli argomenti – “mani pulite” e “fare pulizia” – e nessuna idea concreta, pratica, produttiva, utile a mandare avanti il Paese. Nella nostra italica Stangata non c’è nessun Paul Newman. Ci sono solo magistrati e giornalisti senza volto.

Si erano forse accorti, costoro, che per quarant’anni l’Italia era cresciuta, ed era comunque andata avanti, sempre avanti, mai indietro, nonostante gli “anni di piombo” e la presenza in Italia del più grande partito comunista d’Occidente? Certo, l’Italia era cresciuta all’ombra del suo debito pubblico. Ma pure col suo debito pubblico, non oggi, ma ieri, nei tanto disprezzati anni di Prima Repubblica, avvenne che l’Italia conquistò il posto di quinta potenza industriale mondiale (1983-1986, governo Craxi).

In questi ultimi vent’anni non abbiamo soltanto perso il quinto posto industriale sulla scena mondiale. Abbiamo perso posti di lavoro. E dalla scorsa settimana, ce lo ha comunicato il Fondo Monetario Internazionale, cresciamo meno della Grecia e siamo ufficialmente buoni ultimi dietro un paese che probabilmente tra vent’anni sarà la periferia di Istanbul.

Adesso i grandi giornali, collaborando a pompare una ridicola campagna di arresti, lanciano avvertimenti e grida di scandalo contro lo strisciante sentimento secessionista. Che non c’è solo in Veneto. Ma in ogni parte d’Italia. Con sardi che chiedono l’annessione alla Svizzera. Siciliani che l’autonomia la frequentano dall’immediato dopoguerra. Regioni (Calabria) che vivono beatamente fuori dall’Italia, all’insegna dell’economia sommersa. E alpigiani del nord che non sanno neanche dove stia di casa Roma e commerciano più con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia, che in lingua italiana.

Chi non ha capito che lo Stato italiano è fuori controllo ed è in crisi dalle fondamenta? Chi non si avvede che dietro la retorica dei grandi giornali non vi è altro che un buon vecchio presidente della Repubblica?

D’accordo, finché possono usare i Carabinieri e gli Zagrebelsky, diciamo che la sensazione di poter tenere a galla la zattera rimane forte (di cosa parlano infatti i giornali? Avete notato come del resto sono gonfi di esotismi e di spot, di enogastronomia e di viaggi?). E poi sì, in effetti c’è Renzi. Uno che al momento lo lasciano fare. Nel grosso-grasso-caos italiano un po’ di speranziella bisognerà pur coltivarla. Il problema è: quel “partito Stato” di cui Renzi resta comunque espressione, cosa gli permetterà di fare? O non avete sentito i tromboni della Costituzione che già gridano alla “svolta autoritaria”?

Perbacco. Non a caso ai tromboni si è subito unito Grillo. L’utile antidoto al cambiamento. Il farmacista dell’antipolitica. Da dove riparte ogni paese che si rimette in sesto e riprende a macinare crescita? Dall’antipolitica dei fortissimi scassatutto o semplicemente dalla politica fortissima? Pensate a cos’è stata e cos’è la Merkel in Germania. Obama negli Stati Uniti. Pensate a cosa sono stati in questi vent’anni in cui l’Italia annegava nella pozzanghera mediatico-giudiziaria (che pasceva i Di Pietro, le Gabanelli e i Santoro) un Blair in Gran Bretagna o un Lula in Brasile.

Sono forse stati buoni e onesti quelli che hanno fatto supplenza alla politica in questi vent’anni? Né l’una né l’altra. Anche se per la maggior parte di loro vale l’attenuante del cavallo che ingrassa sotto l’occhio del padrone o della corda dell’asino attaccata dove vuole il padrone. Il risultato della supplenza condita alla crisi economica scoppiata nel 2008 (il risultato dell’assenza della politica mixato all’impossibilità di muovere un passo fuori dalla crisi senza un governo fortemente politico) è questo nostro stare in Europa da zimbelli. Oggetto dei sorrisini e delle battutine dei maestrini di tutta Europa. E ostaggi di una quantità di disoccupati (oltre il 13 per cento) che non ricordavamo da anni.

Mai stati così a pezzi. Prova ne sia lo shopping che lo straniero sta facendo di aziende, patrimoni e asset strategici italiani (sempre grazie allo zelo di uomini senza volto che indagano e sputtanano ogni cosa si muova e sopravviva in patria). Cacciano le nostre ultime grandi aziende dal mercato internazionale. E lassù, nei cieli d’Europa, commissari e banchieri ci aiutano soltanto a ristrutturare il nostro debito. È per questo che Renzi fa molta e positiva “impressione” agli euro-atlantici (volete che il Caimano 1, quello doc, non desse molto fastidio al fiscal compact, alla austerità tedesca e, considerato il feeling con Putin, agli interessi americani in Europa?).

Insomma, il danno al patrimonio e alla sovranità nazionale è stato fatto. Ed è enorme. Vent’anni e più. Eravamo, ancora nel 1991. E sebbene il compagno George Soros l’anno successivo comincerà a dedicarsi alla speculazione contro la nostra lira e il compagno Romano Prodi a intraprendere il cammino verso un’Italia spogliata (le prime privatizzazioni in salsa Telecom, una certa versione dell’euro e della retorica europeista), figuratevi cos’era ancora l’Italia del ’91: era ancora un paese che per Pil, qualità della vita, risparmio delle famiglie, rimaneva ben al di sopra della media europea.

Cito testuale da Repubblica del 16 maggio 1991: «Il giorno dopo essere stata inserita nell’elenco dei sorvegliati speciali della Cee per l’entità del suo deficit pubblico, l’Italia scopre di essere diventata la quarta potenza industriale del mondo, davanti alla Francia e alla nemica storica Gran Bretagna. E lo scopre a sorpresa, grazie ad un rapporto messo a punto dalla società Business International, al termine di una giornata durante la quale l’Ansa, citando fonti della Commissione di Bruxelles, l’aveva già insediata al quinto posto per il 1991». Quante ere sono trascorse dal 1991? Quarti o quinti che fossimo, non eravamo certo il fanalino di coda del fanalino greco.

Cosa è successo da allora lo sappiamo. La pantomina che ci ha inchiodato alla morte in nome della Giustizia. Il sacco del Nord (denunciato dal compagno Luca Ricolfi). La scomparsa del Sud (sempre Ricolfi). Infine l’assedio e golpe del 2011 (parola del recentissimo libro dell’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti). Il compiersi della caccia grossa, ventennale, all’intrepido e folle Silvio Berlusconi. L’arcitaliano, il Pregiudicato, odiato da tutti i poteri dello Stato italiano. E non solo italiano, of course.

Rivedremo le stelle? Forse no. O almeno non a breve. Perciò, potrebbe perfino succedere che gli ultimi sgangherati poterazzi, nazionali e internazionali (quelli ad esempio che hanno scassato l’Ucraina e adesso il conto arriva agli europei), questa volta non riescano proprio a fermare un processo di possibile scomposizione e ricomposizione dell’Italia su altre basi (l’ha anche detto Grillo e su questo ha ragione da vendere: vi immaginate l’Italia del balletto delle “coperture” di uno o due miliardi per l’Imu o per gli 80 euro in busta paga, versare 50 miliardi fissi l’anno, per vent’anni, a cominciare dal 2015, per portare il debito al 60 per cento del Pil?).

Qualcosa deve pur succedere. E succederà. Finirà la Costituzione e pure lo Stato modello ’48? E al patto De Gasperi-Togliatti, Usa-Urss, si sostituirà il negoziato e l’accordo pattizio di leader e corpi politici che emergeranno nelle diverse aree del territorio euro-italiano? Chi lo sa.

(Però, stavano così male come adesso i napoletani, calabresi e siciliani uniti sotto il Regno delle due Sicilie? No, a scorno dei libri scolastici dell’istruzione statale unica, fascista-gentiliana, che resiste solo in Italia – andate all’estero a vedere come funziona la scuola pubblica, mix di scuola statale, paritaria, privata, privata-sociale -, prima dell’Unità d’Italia napoletani, calabresi e siciliani, stavano con le prime banche, le prime ferrovie e i primi complessi industriali del Regno. E stavano così da camerieri dei turisti inglesi, tedeschi, americani, quelli che un tempo reggevano arti, banche e mestieri nel Granducato di Toscana? E i papalini, dal Lazio alla Romagna, come se la passavano sotto il regno pontificio? Per non parlare di lombardi e veneti, che con l’Impero austro asburgico conobbero prosperità, sagge riforme e illuminismo, mentre col regno sabaudo iniziò la discesa nel provincialismo e subalternità all’anglo-francese di cui l’attualità italiana è degno specchio).

Certo che non si torna indietro e non si procede di nostalgia in nostalgia. Però è moderno, anzi, modernissimo, visto quello che sta accadendo in Europa, che si possa andare avanti e progredire magari dividendosi e riunendosi sul modello della Germania dei land o della confederazione americana. Si può cambiare una Costituzione vecchia come il cucco e si può ripartire da un patto federativo che abolisca lo scempio di uno Stato centralista fallito e faccia rinascere l’unità d’Italia in forma e sostanza di autonomia e di responsabilità. Per ciascuno e per tutti.

(Sarebbe sbagliato e antieuropeo in un’Europa che enfatizza la sussidiarietà e recupera le identità territoriali, immaginare una Lombardia e una Sicilia federate senza passare da Roma, cioè senza versare il pizzo alla mafia locale e all’antimafia statale? Sarebbe proprio così strano immaginare la Romagna investire nelle riviere ioniche per costruire pacchetti di offerta turistica modello Florida? E poi può perfino succedere che Roma diventi davvero “città aperta”, del turismo, della cultura e dell’economia indotta dal Colosseo e, soprattutto, dai milioni di pellegrini in San Pietro. Mentre oggi, tutto questo ben di Dio, Roma deve affidarlo a un sindaco che fa la questua al governo italiano – e all’americano a Roma – anche solo per pagare la benzina ai mezzi pubblici).