Dalai Lama: «I tibetani sacrificano la vita, ma ho dei dubbi sull’efficacia delle auto-immolazioni»

Il conto è salito a 119. Tanti sono i monaci e le monache ad essersi dati fuoco in Tibet come forma estrema di disperazione e protesta nei confronti della repressione del governo cinese. L’ultima auto-immolazione è avvenuta martedì scorso: nella regione di Tawu, una monaca tibetana si è lasciata bruciare intorno alle 5 di pomeriggio. È stata subito portata in ospedale e non ci sono notizie sul suo attuale stato di salute.

«PROTESTE POCO EFFICACI». «È molto triste quello che sta succedendo», ha detto il leader spirituale dei tibetani in esilio, il Dalai Lama, durante una visita in Australia. «Allo stesso tempo io ho dei dubbi su quanto siano efficaci queste azioni drastiche». Non è la prima volta che il Dalai Lama esprime preoccupazione per le tante vite perse in questa forma di protesta, che se da un lato è «comprensibile» per la violenza della repressione comunista, dall’altro difficilmente condivisibile perché «ogni vita umana ha un valore».

«CINA INDAGHI». Il leader spirituale ha anche ricordato poi che «i tibetani potrebbero facilmente far del male alle altre persone e invece sacrificano solo le loro vite, senza toccare gli altri». E rivolto alle autorità cinesi: «Gli ufficiali cinesi devono indagare e capire perché avvengono questi tragici fatti. Accusare qualcuno, tra cui me, non è la soluzione giusta».

«MEGLIO LA MORTE DEL REGIME». Il “genocidio culturale” messo in atto dalla Cina fin dal 1950 costringe i tibetani a vivere «in un vero inferno». Attraverso l’educazione patriottica i tibetani sono costretti a rinnegare il Dalai Lama e a lodare il Partito comunista, i monaci vengono rieducati e tutti i cittadini subiscono pesanti restrizioni nella vita di tutti i giorni, oltre ad essere discriminati nei posti di lavoro pubblici. Fermare le auto-immolazioni è quindi molto difficile, anche perché, come dichiarato a tempi.it da Nyima Dhondup, presidente della comunità tibetana in Italia, fuggito dal Tibet nel 1986, «l’oppressione è così pesante che i giovani scelgono di morire piuttosto che vivere sotto il regime cinese. Se poi una persona vuole sacrificare la vita per il suo popolo, per la sua gente, contro il regime, io credo che sia positivo. Io non posso giudicarli».

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