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Nobel per la pace: i parrucconi di Oslo hanno sbagliato tutto

ottobre 7, 2011 Rodolfo Casadei

Impossibile non criticare la decisione del Comitato di Oslo di assegnare il Nobel per la pace 2011 avendo come bussola il protagonismo politico delle donne. Quest’anno bisognava assolutamente premiare i protagonisti della Primavera araba, a cominciare dai blogger e dalle blogger che hanno fatto informazione in condizioni proibitive, hanno scosso le coscienze di tanti partendo da quelle dei giovani e hanno impresso un volto democratico, multireligioso, partecipativo e dialogante a una protesta che altrimenti sarebbe stata recuperata dai gruppi estremisti, dall’islam radicale e dalla burocrazia di vecchi partiti. E invece no, a Oslo hanno deciso che bisognava premiare “l’empowerment delle donne”. Fra i rivoluzionari arabi del web, d’altra parte, le donne non mancano: l’egiziana Israa Abdel Fattah e la tunisina Lina Ben Mhenni per citare quelle più note.

Invece il comitato ha voluto premiare la presidente liberiana Ellen Johnson-Sirleaf e la sua compatriota Leymah Gbowee e Tawakkul Karman, giornalista dei media tradizionali e attivista dei diritti umani yemenita. Ha deciso che la priorità era soccorrere la donna presidente che ha lavorato seriamente per la ricostruzione della Liberia ma che, fra quattro giorni, rischia di perdere le elezioni contro esponenti della vecchia guardia, responsabile del declino e poi della discesa agli inferi del paese all’inizio degli anni Novanta.

Già, però il problema è che prossimamente si vota anche altrove: in Tunisia il 23 ottobre per l’Assemblea costituzionale, e in Egitto per il nuovo Parlamento dalla fine di novembre in avanti. In entrambi i paesi i sondaggi danno in vantaggio non le forze laiche, democratiche, cosmopolite che hanno dato il via alla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia e alla rivoluzione di piazza Tahrir in Egitto, ma i partiti islamisti: Ennhada a Tunisi, il partito espressione dei Fratelli Musulmani al Cairo. Non sarebbe stato meglio incoraggiare le forze democratiche arabe, cercare di riequilibrare un po’ il vantaggio di cui godono gli islamisti, e che tutti gli osservatori confermano? Se la Johnson-Sirleaf rischia qualcosa dopo quasi sei anni di governo durante i quali ha avuto l’opportunità di realizzare il suo programma politico, la colpa è soprattutto della spilorceria dei suoi sponsor internazionali, che si illudono che basti l’autorità morale degli editoriali del New York Times e delle decisioni del Comitato Nobel di Oslo per spingere gli elettori africani a recarsi alle urne e votare in modo politicamente corretto.

L’effetto mediatico sarebbe stato invece sicuramente più intenso sugli elettori tunisini ed egiziani, cioè di paesi del Nordafrica dove la comunicazione virtuale è già molto sviluppata e le reti sociali come Facebook spopolano. E invece cosa ti fanno i parrucconi di Oslo? Assegnano il Nobel anche a un’oppositrice araba, ma affiliata ad Al Islah, partito ombrello che raccoglie soprattutto esponenti dei Fratelli Musulmani, salafiti e alcune tribù avverse al presidente Saleh. Karman non è una militante islamista, certo, sta nel partito perché nell’attuale momento storico rappresenta la casa dell’opposizione, ma è veramente stupefacente che fra tanti oppositori e oppositrici di fede democratica, militanti dello stato di diritto, rispettosi delle persone di fede religiosa diversa dall’islam, sia stata scelta una personalità che comunque è iscritta al partito di cui fa tuttora parte il famigerato Abdul Majeed al-Zindani. Cioè un fiancheggiatore del terrorismo islamista legato a Osama bin Laden, famoso per aver proposto la creazione nello Yemen di una polizia religiosa simile a quella saudita per imporre il rispetto delle norme della sharia. Continuiamo così, facciamoci del male.

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