L’ipocrita preoccupazione dei cinesi per la democrazia in Europa

Xi Jinping
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa)

Su Formiche Gabriele Carrer scrive: «Le elezioni in Italia, con la vittoria di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, “preoccupano l’Europa” per le conseguenze che potrebbero avere nel Vecchio Continente e in tutti i paesi dell’Unione. È quanto scrive in prima pagina il Global Times, il tabloid nazionalista del Quotidiano del Popolo, la voce del Partito comunista cinese. Quella temuta in Europa è “una reazione a catena” che porterebbe a far emergere una forte componente politica di destra tra “le molteplici crisi in atto”, tra criticità come la guerra in Ucraina e la crisi energetica, che stanno gonfiando “i profitti dei partiti di destra”».

Paura per i partiti di destra? No, Pechino teme solo quelli che non accettano il suo egemonismo economico-tecnologico e che difendono l’indipendenza di Taiwan. La perdita d’influenza di una lobby “pechinese” come quella dei 5 stelle (più Massimo D’Alema) e quella del socio (talvolta anche di affari) di Enrico Lettino, cioè Romano Prodi, preoccupa molto.

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Sugli Stati generali Jacopo Tondelli scrive: «E però, per vero che questo sia, non si possono imputare a Letta colpe che non sono sue. Richiamato, senza nemmeno spiegare perché, da Parigi, alla fine dell’ultima segreteria, per prendere in mano il partito, lo ha trovato zeppo di avversari interni, di amici dell’ex segretario nemico che se n’era andato, rappresentato per lo più da una classe di 50-60enni che vivevano di politica da quando avevano i calzoni corti. Ha trovato un partito affetto dalla malattia acuta dei partiti progressisti occidentali, che i voti li prendono solo tra i ricchi che vivono in città ricche. Con attorno spinte populiste di ogni colore, con attorno un mondo di merda popolato di pandemie guerre e carestie, in cui l’unica cosa che il Pd può fare è anche l’unica che vuole fare: governare, con chiunque, indipendente da come lo sa fare».

Quel che scrive Tondelli merita sempre di essere letto perché scrive con la sua testa e si rifiuta di spacciare solo quella fuffa retorico-propagandistica che si trova in gran parte dei media italiani. Giusta l’osservazione che le contraddizioni del Pd non possono essere imputate solo a Enrico Lettino. Però non mi convince l’assoluzione sommaria che Jacopo fa del cosiddetto leader del Pd: l’ultima fase della degenerazione della politica italiana che ha prodotto i danni più evidenti nel Partito democratico, nasce tra il 2011 e il 2013, quando dopo lo sciagurato governo Monti s’installa l’inetto governino Letta, che si regge su un’unità nazionale inaugurata scegliendo come primo atto l’espulsione dal Senato di Silvio Berlusconi. Il nostro Enrichetto non ha più colpe dopo la sua fuga a Parigi, ma basta quello che ha combinato nel suo giro da premier per non considerarlo in alcun modo innocente della deriva piddina.

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Su Open Carlo Calenda dice: «In meno di due mesi abbiamo costruito una casa per i liberali, i riformisti e i popolari. Una casa per gli italiani che non vogliono un paese fondato sui sussidi e le regalie ma che vogliono rimanere a testa alta tra i grandi paesi europei, saldamente ancorati all’Occidente e ai suoi valori. Nei prossimi mesi si consolideranno tre schieramenti: la destra al governo; una sinistra sempre più populista che nascerà dalla risaldatura tra Pd e 5s, e il nostro polo riformista».

Sulla linea politica del montezemoliano Calenda, Esopo già circa duemilacinquecento anni fa ha scritto qualcosa di definitivo: «C’era una volta una rana che si vantava di essere la più grande dello stagno. Un giorno arrivò un bue ad abbeverarsi. Gli altri ranocchi cominciarono a dire: “Com’è grande quel bue!”. La rana vanitosa non poteva sopportare che ci fosse un animale più grande di lei e cominciò a gonfiarsi, aspirando aria dalla bocca. “Vi farò vedere che posso diventare grande come quel bue, e anche di più”, disse agli altri. Ad ogni respiro, la rana domandava: “Sono grande come il bue?”. “No”, rispondevano i ranocchi in coro. E la rana vanitosa continuava a gonfiarsi. Si gonfiò così tanto, che alla fine scoppiò».

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Sul Post si scrive: «Finora, lo scarto più significativo tra una elezione e la precedente in termini di affluenza era stato di 5 punti percentuali tra il 2013 e il 2008. Questa volta è quasi il doppio, pari a 9 punti percentuali».

C’era chi aveva scritto come il prolungare eccessivamente il governo Draghi avrebbe logorato la nostra democrazia e che dunque per evitare un futuro caos, sarebbe stato meglio eleggere l’ex presidente della Bce presidente della Repubblica e affrettare le elezioni. Forse non era un ragionamento del tutto infondato.

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