La donna è capofila anche senza quote rosa

«Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia e a te non ricorre,/ sua disïanza vuol volar sanz’ali» (Paradiso, canto 33)

Spazio alle donne, si dice. Qualcuno lo dimostra candidando le signore a capo delle liste per le elezioni europee. Ma da sempre qualcun altro ha indicato nella Donna una capofila, recitando il rosario più che invocando le «quote rosa». E maggio è il mese per eccellenza della Vergine Madre e la si celebra con quella forma di preghiera che riflette sui Misteri e ripete l’Ave Maria. Un gesto attuale, non un rito polveroso. Un bravo giornalista come Giovannino Guareschi, che girava in bicicletta per la Bassa emiliana, parlava del suo mestiere definendolo «il solito eterno rosario della cronaca, che io anche stavolta andrò lentamente sgranando cantando vita e miracoli d’ogni chicco».

Non è assurdo fondere rosario e cronaca, cioè vedere nelle preghiere alla Madonna un quadro del mondo, più compiuto di quello che leggiamo sui giornali: ogni chicco di realtà è più una litania che un colpo di scena, ci si scontra costantemente con le solite cose, eppure anche con l’imprevedibile; tutto è sempre uguale e tutto resta così inafferrabile nel bene e nel male… mistero doloroso, mistero gaudioso, mistero luminoso, mistero glorioso. Compio dunque l’azzardo di fare quest’esercizio: recito il rosario dei giorni che mi sono passati per mano, abbozzo l’idea che sarebbe bello ricordarsi più spesso che la nostra storia umana è una processione che sta al passo di una Madre.

Parto dalla cronaca domestica. Puntualmente a maggio, la rosa è fiorita nel mio piccolo ritaglio d’erba; tra trifogli, margherite e mughetti, lei è senza dubbio la regina del giardino, eppure è sotto perenne attacco di afidi, oidio, cocciniglia: è una regalità insidiata, come una corona di spine. Rosa Mystica. Ecco, arrivano a casa i figli da scuola e hanno preparato il loro regalo per la festa della mamma. Loro sono così, disobbediscono e sbuffano, eppure stanno cocciutamente aggrappati all’affetto che gli dai. Mater amabilis.

nigeria-ragazze-rapite-boko-haram1Sposto lo sguardo alla cronaca nazionale. A Ugnano una prostituta è stata uccisa e crocifissa; l’assassino ha confessato e gli inquirenti l’hanno definito l’uomo della porta accanto. Qualunque grido, quello strozzato della vittima e quello bestemmiato del carnefice, non si ferma sulla terra, perché ha bisogno del cielo. Ianua coeli. Sulle coste della Sicilia sono sbarcati più di 2.000 migranti: siriani, somali, etiopi, eritrei e nigeriani, bambini, cadaveri, donne gravide. Senza casa, sono in fondo specchio del bisogno anche nostro di un porto, di una dimora stabile, che accolga e sani i dubbi, i rancori, le ferite. Domus Aurea.

Da oltre confine arriva voce di altre storie. Quasi 300 ragazzine nigeriane sono state rapite da scuola dagli islamisti di Boko Haram. Il mondo del web alza la voce, bene; eppure resta straziante pensare al terrore di giovani vite trattate da bestie e all’angoscia delle loro famiglie. Consolatrix afflictorum. Dalla Siria e dall’Ucraina giunge un triste bollettino di guerra, che noi possiamo solo intuire dietro l’eco di frasi fatte: «Attacco nella notte», «nuove esplosioni», «circa 30 le vittime dell’ultimo attentato». Regina pacis. Per tutto questo, e per ciò che Tu sola vedi, ora pro nobis.

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