Il Kaos in casa (dev’essere un gene)

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Grazie a una bronchite cocciuta mi ritrovo a casa. Purtroppo, è malata anche la donna delle pulizie. Casa grande, noi due, tre figli, cane e gatti, e una genetica collettiva propensione al Kaos, quello dei primordi dell’Universo.

Con occhi di convalescente percorro le stanze. All’ingresso mi imbatto in una specie di baobab, che sarebbe l’alberello appendiabiti sepolto dai cappotti. Impossibile, mi dico, che abbiamo tanti cappotti. Allora sollevo, scavo e trovo, sotto, quasi reperti archeologici, le ultime giacche estive. Abbatto il baobab e metto in ordine. Trovo anche un guinzaglio sparito da mesi. A casa nostra è così: ogni tanto un oggetto si smaterializza nel nulla. Recentemente si è ripresentata in cucina, dopo mesi, la parte superiore dello spremiagrumi elettrico, data ormai per dispersa. Adesso tra i ricercati ci sono due cinture, una sciarpa, chiavi, numerosi libri.

Già, i libri. Ne abbiamo a pareti, e questo non aiuta, quando ne cerchi uno. Ho fatto un tentativo di classificazione con dei bollini colorati: fallito miseramente. La colf ha un criterio: ordina i libri secondo le dimensioni, così se cerchi Il cucchiaio d’argento lo trovi accanto alla Bibbia. Ma ora lei non c’è. Quanto mi manca, mi dico con un’occhiata malinconica alla giornata piovosa. Dai divani i gatti arrotolati nei plaid mi guardano insolenti: non oserai incomodarci, intimano i loro occhioni.

In cucina il grande Crocefisso di legno, regalo di nozze, allarga le braccia, forse sorridendo, sull’iceberg di biancheria lavata che devo piegare. Di stirare, questa settimana non se ne parla, ho intimato ai ragazzi: se volete, ho aggiunto con sfida, fate voi. Però, intanto ho scoperto su Internet una cosa interessante: per anni ho messo, nella lavatrice, il detersivo nella vaschetta dell’ammorbidente. La scoperta ha parecchio nuociuto alla mia già scarsa autostima di donna di casa.

Sui bagni, estrema frontiera dell’igiene, in questi giorni mi accanisco. Cercando di non vedere i tubetti del dentifricio lasciati aperti dai figli, e pietrificati. Neanche con un piccone, li usi.

Nella mia camera contemplo sul comodino la inestricabile accozzaglia di medicine, pettini, orecchini. Nella camera della figlia, peggio. È un gene, è un gene, gemo desolata. Nella stanze dei ragazzi le calze sporche pendono dal letto a castello, come già pronte per la Befana. Mi ritiro per il corridoio, sfiorando i guardaroba pieni al punto di esplodere, e seguita come un’ombra dal cane, che in questo casino è il più ordinato di tutti – grazie a Dio, va in giro nudo.

Dopo due ore di mestieri mi risale la febbre. Però, in verità non mi dispiacciono totalmente i lavori domestici, l’odore di sapone di Marsiglia, il rombo basso della lavatrice. Avverto in me l’eco delle mattine, da piccola, prima di andare a scuola, quando seguivo mia madre per la casa. E mi piace questo silenzio in cui le mani fanno – e anche i pensieri e il cuore sono liberi di lavorare.

Foto vestiti da Shutterstock

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